30 maggio 2012

Quell'anno mia nonna si sposava col Papa


Quell’anno mia nonna si sposava col Papa. Era stata preparata una cerimonia sfarzosa, gli invitati erano molti, autorità da tutto il mondo, un corpo di ballo composto da tutte le persone che avevo conosciuto nella mia vita fino al 5° anno di liceo, che si dibatteva a suon di Beatles.
Io avevo cercato a lungo un abito adeguato. Ne avevo trovato uno a buon prezzo. Quando arrivo alla cerimonia vedo che tutti ballano e cantano. Volevo far parte anche io del corpo di ballo, ma ero vestita di nero e loro di viola, così ero esclusa da ogni passo e non potevo far vedere a mia nonna quanto fossi brava.
Scappo via, offesa e annoiata e mi imbatto in una cosa non ben definita che rotola sanguinante. Improvvisamente da una fogna spunta un braccio sporco e peloso e afferra l’oggetto. Sento un rumore di mandibole al lavoro. Terrorizzata fuggo, corro in una fontana, cerco acqua, temo di essere infetta anche io da quella strana malattia che da settimane sta perseguitando il povero popolo greco. I cannibali li cercano, li infettano, se li mangiano. E anche io sono greca. Corro in uno sgabuzzino, cerco la luce, guardo meglio, altre porte, entro più a fondo, non potranno trovarmi.
Poi mamma mi sveglia e io cerco disperatamente di continuare il sogno, ma non ci riesco.

P.S. Non tentate di psicanalizzarmi, non è una novità la mia instabilità psichica. Piuttosto, questo sogno non vi sembra una meravigliosa metafora della realtà attuale?

New Day


Fare musica con le parole non è facile, certamente. Hanno inventato un linguaggio apposito, composto di segni suoi. I poeti che riuscivano a rendere musicali i loro componimenti usavano figure retoriche, regole metriche, licenze poetiche. Oggi si è soliti avere la licenza poetica per cose che con la poesia non c’entrano nulla, vedi gli errori, vedi le cazzate sparate con troppa leggerezza. Con leggerezza il sole mi colpiva gli occhi e non riuscivo a guardare nello schermo, poi mi sono accorta che il modo per risolvere il problema c’era, e allora ho abbassato la serranda.
Nulla in un nuovo giorno, nulla e tutto, nulla è tutto. Ci sono le solite cose più che altro, le solite soluzioni irrazionali per problemi molto pratici, come i 2 centesimi di accise sulla benzina per tamponare i danni del terremoto in Emilia, l’ormai insensata parata militare del 2 giugno, i rimborsi ai partiti, che gli italiani avevano abolito con un referendum, Alemanno che afferma che gli abbonamenti dell’Atac rimarranno invariati, peccato che io al posto di spendere 18 € ne ho spesi 35€ e il mensile è lo stesso, e i disguidi gli stessi, e io sono stanca che ogni nuovo giorno inizi così, con le cose vecchie.
Robert Smith pensaci tu.


21 maggio 2012

Ilariafritta

Alla fine, quella che era una battuta, una burla, è diventata il nuovo titolo del mio blog.
A suggerirlo è stato Alessio Avallone che, oltre ad essere il mio ragazzo, è anche un fumettaro. Una notte, preso dall'insonnia, ha deciso che doveva assolutamente ideare l'immagine per il titolo di questo blog e quando me l'ha fatta vedere non ho potuto resistere, e ho deciso che "Ilariafritta" DOVEVA essere il nuovo titolo.
Ecco a voi, in tutto il suo splendore, Ilariafritta!

P.S. QUI potrete visualizzare il blog di Alessio.

17 maggio 2012

Un nuovo nome al mio blog

Ho deciso di cambiare il nome al blog. Siccome non mi viene in mente nulla, chiedo a voi, pochi lettori, un aiutino! Chi avrà suggerito il nome migliore vincerà qualcosa! Giuro!

28 aprile 2012

L'inutile e vana lezione della nostalgia


L’inutile e vana lezione della nostalgia. Tutte le parole del mondo sarebbero troppo definite e dovrebbero dare la perfetta misura di ogni mia sensazione. Dovrei star qui a raccontare i dettagli di alcuni anni di vita e starei a rimproverarmi tante cose che ormai non possono più essere ricomposte. Di certo so che ora ho un’ulteriore visione di alcune mie azioni e non-azioni. Il passato ha mille sfaccettature perché molteplici sono le angolazioni da cui guardarlo. Il mio punto di vista, quello dei protagonisti di queste storie, quello dei nudi e crudi fatti. Il passato acquisisce nuovi valori e dà nuovi spunti per il futuro, forse.
E sto scrivendo queste poche righe perché avevo bisogno di mettere nero su bianco che ho un po’ di tristezza nel cuore e di dirmi che passerà, ma anche per ricordarmi che sono estremamente legata a questa melanconia che viene quasi cullata da ogni canzone che mi scelgo in momenti come questo, come quella che sto ascoltando ora…
… e mia sorella oggi compie 18 anni e io ricordo come ci immaginavamo questo momento quando eravamo piccole secoli fa.
… e tornerei volentieri indietro a riprendermi qualche risata e tenerla bene a mente nel caso in cui volessi buttare tutto all’aria come ho già fatto.
… e come ero io a 18 anni…
… e la canzone è finita. Buona vita.



14 aprile 2012

"Vento Dal Mare"

Andrew Wyeth, Vento dal mare, 1947



Mi piace il vento rappresentato nell' arte visiva. È come se in un'immagine si riuscisse a cogliere qualcosa che altrimenti non potrebbe essere afferrato. E questo quadro è meraviglioso, sento l'odore del mare, un profumo di cui spesso ho bisogno.
A volte lo percepisco, o forse lo immagino soltanto, eppure mi entra nelle narici un aroma di salsedine, e sto lì, ad inebriarmi, a cullarmi tra ricordi d'infanzia, quando appena arrivata a casa dei nonni, in quel posto sullo Ionio, la notte fremevo per l'imminente mattinata al mare e una volta lì correvo sulla sabbia, posavo rastrelli e secchiello e mi spalmavo la crema. E finalmente accadeva: assaporavo la temperatura dell'acqua con la punta dei piedi, sospiravo, respiravo più mare che potessi e mi tuffavo. Mi sentivo rinata, felice.
Ci stavo le ore in acqua, incurante delle rughe sui polpastrelli, nuotavo, mi immergevo, sognavo di essere un pesce, una sirena, una creatura fatta appositamente per quelle onde.
Tornavo a casa e sapevo di sale. Quell’odore mi impregnava i vestiti, i capelli. Quell’odore mi ha impregnato il cuore. E io lo respiro ancora, in questo quadro, così come in certe sere di Roma.

12 aprile 2012

"Cosa c'è Cuore di Tenebra?"


“E così/per sempre vivere…”. Con questi versi si chiude una canzone dei Baustelle, “Cuore di Tenebra”, che ha rubato il titolo ad un libro di Conrad che, anche se non abbiamo letto, conosciamo.
Quando l’ho ascoltata per la prima volta anni fa l’ho sottovalutata.
Cerco di immaginare la mia espressione all’epoca: volto impassibile. Quando finisce passo avanti con indifferenza. La linea inespressiva delle mie labbra in realtà sembra dire “Avanti il prossimo!”, come una professoressa molto poco simpatica agli esami all’università.
Ed ora. Ora il discorso è un altro. L’ho riascoltata e mi ha conquistata. Quando questa canzone non mi piaceva evidentemente non avevo il cuore pronto a coglierne l'incredibile e semplice bellezza. Alcuni momenti sono inscindibilmente legati a quel ritornello così dolce, di una dolcezza e semplicità quasi infantile.
Per quanto possa essere triste, il testo nasconde qualcosa di forte e incredibilmente positivo. Quella “luce che cancella il buio” è l’amore, che non viene definito, ma canticchiato. In quel “Amore/la la la/la la la/la la la/la la la/la la la” c’è tutto. Nulla deve essere aggiunto, basta questo per trasmettere la bellezza e il senso di salvezza del poter dire che quella luce “Sei tu/Amore”. 
Chi è la luce? Per i Baustelle, è il "tu" protagonista, quindi la salvezza sta nella persona che ne ha bisogno, eppure, una parte di me ha recepito questo come se quella salvezza fosse qualcosa di più generico, l'amore, appunto. Come si fa a non lasciarsi trascinare da una chimera del genere? Ad occhi chiusi magari, fischiettando le note finali (per chi sa fischiare).



 

Cosa c'è
cuore di tenebra
parecchio piangere
cazzotti o guai
ma c'è una luce che
cancella il buio
e non è il fulmine
e non è il sole
e neanche il bene del Signore
sei tu...
amore

La la la la la, la la la la la

Tempo fa
ragazzo tenebra
morsi di vipera
le storie tue
c'è una salvezza che
adesso stringi
e non è l'angelo
non è un miracolo
non è la mano del Signore
sei tu...
amore

La la la la la, la la la la la

E così
per sempre vivere


11 aprile 2012

Flussi di coscienza nella matassa ingarbugliata. Il mio Anno Zero



Le ultime note di una canzone accompagnano un pensiero di grandezza pochi istanti prima di iniziare a scrivere. Con la fine della canzone termina la grandezza del pensiero, quest’ultimo rimane, ma rimane piccolo e arrossisce di fronte alla propria megalomania. Non volevo iniziare così, ma avevo bisogno di dipanare questo pensiero dalla mia matassa ingarbugliata.

Sono nata in un Anno Zero e spesso penso che questa cosa mi abbia segnata nel profondo. Sono nata alla fine di un decennio e all’inizio di un altro decennio, in uno spazio bianco, il 1990, un anno zero, come ce ne sono tanti da millenni.
Io ogni tanto penso che il giorno in cui sono nata, cento anni prima, c’erano i miei padri scrittori, artisti, intellettuali in giro, e parlavano, pensavano, scrivevano, dipingevano, vivevano a cento anni di distanza da me. E a me sarebbe bastato nascere solo 100 anni prima per essere una di loro. Mi sarebbe piaciuto scrivere lettere a Montale, usare quel particolare linguaggio in codice necessario per valicare i limiti della censura fascista, avrei voluto intervistare Ungaretti insieme a Pasolini, avrei frequentato Calvino e lavorato per Einaudi insieme a lui. Cosa darei per vedere la faccia della gente la prima volta di fronte alla Merda d’artista di Manzoni, cosa darei per annullare quei cento anni di distanza.
La grandezza di certi anni d’oro la posso toccare solo andando a visitare mostre, musei, la posso sfiorare nelle pagine dei libri, durante le spesso affascinanti lezioni che seguo all’università, nelle strade che calpesto in Italia e nel resto del mondo, ma a volte sento una strana amarezza, un fastidioso senso di disillusione che non vorrei assaporare, mi ritrovo in bocca il gusto di esclusione da un qualcosa che avrei meritato, perché lo apprezzo, se fossi nata in un anno diverso da quell’anno zero che apriva l’ultimo decennio del Novecento.
(Eppure sento che un valore questo mio tempo lo ha).

02 aprile 2012

Seminario Parole e (Anti)Mafie. Il Report del primo incontro


Siccome il mio blog non è solo il contenitore dei deliri di una persona caduta dal seggiolone troppe volte, ho deciso di riportare e magari approfondire quanto appreso al seminario “Parole e (Anti)Mafie” organizzato da Libera, Link Coordinamento Universitario e da La Sapienza Università di Roma.
Bando alle corbellerie, godetevi quanto è stato detto durante l’incontro del 29 marzo nell’aula XIII di Scienze Politiche alla Sapienza. Alla fine potrete leggere il calendario dei prossimi incontri, nel caso vi dovesse interessare.


Iniziamo col dire che Libera è una rete di associazioni nazionali che nasce sulla scia dell’indignazione per le stragi mafiose del ’92 e ’93. Tra le prime iniziative figurano la raccolta firme per la proposta di legge riguardante l’utilizzo di beni comuni confiscati alle mafie; l’istituzione del 21 marzo come Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia; il contatto tra Libera e le scuole, in quanto la scuola è il luogo in cui si formano le coscienze e la personalità dei cittadini.
Libera nel 2008 è stata inserita dall’ Eurispes tra le eccellenze italiane, e attualmente conta 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base.
Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale.

Dopo aver riassunto brevemente cos’è Libera, vi riporto alcuni tra i contenuti più interessanti, che in qualche modo costituiscono quello di cui si parlerà nel corso di tutto il seminario.
Punto focale è l’informazione: noi studenti dovremo realizzare un’inchiesta, e perciò via via ci saranno forniti tutti gli strumenti per poterla effettuare, senza anfibologie e imprecisioni, per ottenere risultati quanto più puntuali e originali, dato che le migliori inchieste permetteranno agli studenti di collaborare direttamente con Libera.
Il 2006, dal punto di vista dell’esposizione dell’analisi mediatica, è un anno di svolta:
- viene pubblicato “Gomorra” di Roberto Saviano
- viene arrestato Bernardo Provenzano, considerato il capo numero uno di Cosa Nostra.
Non basta però l’esposizione mediatica per combattere il fenomeno mafioso, perché se è importante che se ne parli, è altrettanto necessario che si trovi il modo giusto di rappresentare la mafia. Ad esempio, la mitizzazione di alcuni personaggi come Falcone e Borsellino può rendere l’idea della lotta alla mafia come qualcosa di utopistico. Ma a volte anche i criminali vengono mitizzati, come è accaduto con la serie “Romanzo Criminale”: Libera con una scuola ha organizzato degli incontri strutturati in più fasi. In un primo momento gli studenti sono stati coinvolti nella visione della serie televisiva e in seguito si sono impegnati in un lavoro di confronto con le vere storie di questi personaggi. L’obiettivo degli incontri, che era quello di insegnare che la televisione va guardata in modo critico, è stato raggiunto.

Il discorso va ad incentrarsi nello specifico sull’argomento mafia. Innanzitutto bisogna dire quali sono le organizzazioni mafiose e come sono strutturate:
Cosa Nostra è un’organizzazione verticale e nasce in Sicilia, la Ndrangheta è un’organizzazione orizzontale e nasce in Calabria, la Camorra, la mafia campana, è divisa per clan e la Sacra Corona Unita, che nasce in Puglia, ma che nello specifico ha acquisito sempre più potere nel Salento, è un’organizzazione flessibile.
Mentre tra anni ’70 e anni ’80 era Cosa Nostra ad avere in mano i traffici di droga, dagli anni ’90 ai giorni nostri è la Ndrangheta a possedere questa grossa fetta di mercato.
La Commissione Nazionale Antimafia stima che le mafie italiane hanno un giro d’affari di 150 miliardi di euro l’anno. Ciò significa che la mafia in Italia gestisce diverse imprese e diversi mercati, da quello della ristorazione a quello edile.
Sia a L’Aquila che per l’ Expo 2015 di Milano si è scoperto che agli appalti hanno partecipato o tentato di partecipare imprese legate alle mafie italiane.
Inoltre una recente inchiesta ha rivelato che la Camorra, nei quartieri Spagnoli a Napoli, ha aperto delle banche.
A Roma, invece, il Cafè de Paris è stato chiuso ben due volte perché nella società vi partecipava una cosca calabrese. 
Libera a gennaio ha pubblicato un dossier, “Azzardopoli”, sulle connessioni tra mafia e gioco d’azzardo, quest'ultimo pubblicizzato ovunque con piena responsabilità dello Stato. Il gioco d’azzardo è uno dei tramiti per il riciclaggio di denaro sporco.

Per la prima volta nella storia dell'Unione Europea, il 28 marzo il Parlamento Europeo ha nominato una Commissione speciale antimafia costituita da 45 membri, di cui 6 italiani.


Concludo ricordando che quest’anno si celebrano tre date importanti:
Il 30 aprile saranno passati 30 anni dall’assassinio del commissario regionale del Pci Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo. L’agguato avvenne a Palermo per mano di un commando di Cosa Nostra.
Il 23 maggio e il 19 luglio invece sarà la volta del ventesimo anniversario delle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte.


Ecco il calendario dei prossimi appuntamenti e i luoghi in cui si terranno gli incontri:

   12 aprile: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30
   20 aprile: lettere dalle 17.00 alle 18.30
   27 aprile: lettere dalle 17.00 alle 18.30
  3 maggio: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30
11 maggio: lettere dalle 17.00 alle 18.30
17 maggio: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30

Link utili:

30 marzo 2012

Un mondo decadente.

In contemplazione di un piccione in decomposizione a stazione Ostiense. Il mondo dà poesie non richieste di prima mattina. Mi chiedo se questa visione avrebbe affascinato o disgustato il caro Charles Baudelaire. Chissà se tra la merda secca di piccione l'avrebbe raccolta lo stesso l'aureola.
E alla gente sta bene così!
Ok, andiamo in farmacia, ci sarà un rimedio? Per l’allergia di sicuro, per la decadenza non lo so.
E poi si arriva a quasi 22 anni, ci si rende conto che quella strana adolescente superbia del sentirsi speciali sparisce e… è perché ho visto quel mezzo piccione rinsecchito? È perché è questo che vuol dire passare all’età adulta? Capire quali sono i miei limiti, accettarli, parlarne un po’ tra me e me e poi fare come se niente fosse, come se questo non mi toccasse, come se fosse giusto così? Da bimba mi sentivo speciale perché passavo le ore a cantare e a scrivere filastrocche e racconti di asini parlanti e tutti mi dicevano che ero dolcissima e sensibile, a 12 anni avevo gli occhiali ma non avevo nessuno da guardare dentro, a 15 anni ascoltavo i Cure a manetta e scrivevo decine di poesie ogni giorno, e anche se non andavo bene in matematica mi piacevo lo stesso. Adesso BOH. Adesso so, perché prendo la metropolitana ogni giorno, perché ho visto qualche angolo d’Europa, perché ho visto un piccione in decomposizione su cui probabilmente solo il mio sguardo e quello del mio fumettaro si è posato, perché leggo i giornali e leggo un sacco di libri e studio e scrivo e penso e non dormo, che le persone sono troppe e che cercano di salvarsi e di nuotare ancora nell’illusione di non essere solo un numero, di non essere troppo piccole in confronto al Mondo, di non essere alla stregua di un piccione morto a stazione Ostiense. Adesso so che noi siamo come quel piccione. Che faccio? Ne discuto ancora tra me e me? Lo accetto e vado avanti? Che me ne faccio di questa consapevolezza?
E quindi vado a cucinare.
Forse.


26 marzo 2012

I tanti volti di un affascinante, terribile mistero


Questo saggio breve l'ho posto in apertura della mia tesina di maturità. L'argomento, è intuibile, è la follia. Era il lontano 2009...


“Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
<<follia>> […]”.
(Aldo Palazzeschi, Chi sono?, da L’incendiario, 1909)

In un mondo in cui ancora non esistevano antidepressivi o medicinali per curare la schizofrenia, i pazzi venivano internati in manicomi e costretti in camicie di forza, che fermavano il loro corpo, ma non la loro mente, che vagava, viaggiava, in terrorizzanti abissi o in estasianti e brillanti cieli.
In un mondo ancora immune dal progresso della farmacologia, i pazzi erano anche degli artisti, oppure venivano raccontati da geniali creativi, forse un po’ folli anche loro.
La follia ha sempre camminato accanto all’uomo, compagna della morte come della vita, dell’amore come dell’odio, ed è sempre stata lì, immersa in quel limite invalicabile dell’io, ad attenderlo, per mostrargli l’altro lato del mondo, forse quello oscuro, forse quello più candido.
Questo strano modo di vedere il tempo, i sentimenti, questo strano modo di immergersi nella natura come nel cemento, ha portato illustri uomini di scienza, illustri uomini dal genio creativo, illustri uomini del potere dittatoriale a considerare la realtà, o l’irrealtà, nelle sue molteplici sfaccettature.
Le maschere della genialità di Pirandello si illuminano della vita, alla quale si arriva tramite un’umoristica follia, la quale libera le loro esistenze dalla forma. Così c’è chi viaggia insieme al fischio dei treni e arriva fino in Siberia, c’è chi si libera del proprio ingombrante ruolo di punto di riferimento, dedicandosi a quella pazza tentazione di uscire per qualche istante da se stesso, scindendo la propria persona in due.
C’è anche chi con un soffio spegne la vita di coloro che ha intorno e anche la propria, e si libra nell’aria, sinonimo di vitalità. Infine c’è chi afferma di esser stato matto, mostrando umoristicamente come egli non solo non è savio, ma anche che il mondo in cui vive è completamente alterato, straniante, come accade in molte delle opere di Pirandello.
Ma la follia non è solo un mezzo per sopportare la realtà, essa si fa anche viva nell’espressione delle arti figurative.
Vincent Van Gogh soffre durante la propria vita e ciò è visibile sia nella corrispondenza epistolare col fratello, sia nelle opere da lui dipinte. Le tinte forti caratterizzano la sua arte, la follia subentra fra i suoi colori ed è così che nasce il Campo di grano con volo di corvi, opera simbolo dei suoi tormenti, in cui i neri corvi volano come un presagio di morte nel cielo plumbeo agitato dal vento, vento che smuove anche quel campo di grano nel quale si aprono sentieri che non portano da nessuna parte, la stessa direzione che qualche mese dopo prenderà l’artista.
E se il pittore olandese muore logorato nei nervi, Virginia Woolf si toglie la vita per il timore di poter impazzire. Ma prima di farlo, vent’anni prima, scrive Mrs. Dalloway, in cui racconta di una realtà che è divisa fra la sanità e la follia, follia rappresentata dal secondo protagonista del romanzo, Septimus, che simbolicamente non ha nessuna connessione con la signora Dalloway, e dunque con la vita, se non uno psichiatra, e la grande forza della vita e della morte che si presenta in una sola giornata nella Londra degli anni ’20.
E la follia torna ad essere umorismo con il teatro insolito di Ionesco, il quale racconta l’incomunicabilità tramite la malattia del linguaggio, che sembra quasi soffocato da una folle forma di dislalia, e nell’assurdità del susseguirsi delle scene, il messaggio tanto fondamentale per l’intera umanità che un Vecchio di 95 anni deve diffondere, viene affidato ad un Oratore a causa della difficoltà dell’anziano uomo di esprimersi. Ma l’Oratore è sordo-muto e non riuscirà a farsi intendere da nessuno, comunicando solo rantoli e mugolii, i sintomi che la comunicazione è vittima di una grave epidemia.
Ionesco nelle proprie opere parla infatti dell’oppressione messa in atto dai regimi totalitari del Novecento. E se fino ad ora si è parlato della follia come forma di espressione, come sintomo dei diversi modi d’intendere il reale, subentra il discorso riguardante la follia come delirio di onnipotenza, come forma di distruzione di massa, non solo fisica, ma anche morale, come appunto fa intendere Ionesco sia ne Le sedie, che nel Rinoceronte.
A simboleggiare la follia distruttiva vi è la figura di Hitler, il dittatore nazista che dal 1933 al 1945 ha fatto conoscere non solo all’Europa, ma al mondo intero i crimini più nefandi, come lo sterminio di sei milioni di ebrei e di migliaia di zingari, omosessuali e handicappati, l’uomo che con la propria sete di potere ha contribuito a causare lo scoppio della Seconda guerra mondiale, conflitto che ha visto morire circa 50 milioni di esseri umani, fra soldati e civili.
Ecco come la follia di uno si manifesta e rade al suolo intere città, appoggiata da masse amorfe che si muovono come automi, quelle masse indifferenti che vengono utilizzate ed allo stesso tempo disprezzate da chi instaura questo tipo di potere.
La sete di potere è condannata anche da Seneca, il quale nelle sue tragedie trasferisce il proprio pensiero stoico, denunciando le passioni e accusandole di deformare il corpo e lo spirito degli uomini. Anche la sete di potere è provocata da una passione, l’odio verso il prossimo ed anche verso se stessi, la smisurata ambizione, l’esagerato desiderare un determinato oggetto. Nell’Hercules furens Seneca dimostra come la responsabilità delle azioni più nefande non sia solo da attribuire alle divinità, ma anche alla personalità di chi le compie. Ecco perché Seneca scava nel profondo della psicologia dei suoi personaggi, egli in questo modo insegna la propria moralità, ovvero il rinnegare le passioni, andando oltre.
Ed anche la follia si fa Oltre. Tramite le parole di Zarathustra Nietzsche chiede all’umanità intera di generare una “stella danzante”. Questa è creatrice di vita, perché è luce che si muove caoticamente, dato che è generata dal caos. E cos’altro è la stella se non il simbolo di quella creazione dell’universo nata dal caos dell’esplosione primordiale?
In qualche modo anche la follia è generatrice di luce e vita, tramite la voce del folle si afferma la morte di Dio ed allo stesso tempo la nascita del Superuomo, che comporta l’inizio di un nuovo mondo in cui l’uomo deve passare per tre metamorfosi ed alla terza deve farsi nuovamente bambino, vita primordiale, per poter far giungere i propri messaggi a quegli eletti dal caos dell’Oltre.
Ecco i tanti volti della follia, le tante penne, le tante parole mai dette o gridate al vento, vento pronto a farle germogliare chissà dove, chissà quando. Ecco la follia, che ci tiene per mano, e ci suggerisce sempre un altro modo di pensare alla nostra esistenza, mistero affascinante e terribile allo stesso tempo, ma sempre con noi, immerso nella nostra ombra.

25 marzo 2012

Antonio Tabucchi. La nostalgia dell'irreversibile


Come descrivere ciò che ho provato quando ho letto della morte di Antonio Tabucchi? Sgomento, dolore, rimpianto, tristezza? Non bastano queste parole, se non si è coinvolti non si coglie il significato delle parole usate per descrivere un’emozione. Potrei trascrivere ciò che ho esclamato, ma mancherebbe l’intonazione, e si sa, nella comunicazione i fattori prosodici sono essenziali per far recepire il messaggio con chiarezza.
Io Tabucchi l’ho conosciuto nel 2008. Non dico personalmente, ma nel modo in cui conosci uno scrittore, leggendo le sue parole. Quell’anno, un giorno mi sono svegliata, ho detto “ho voglia di leggere un bel libro”, ho deciso che mi sarei fatta guidare dall’ispirazione, e ho preso in prestito “Sostiene Pereira”. Uno dei libri più belli mai letti. Uno stile formidabile, una storia coinvolgente, emozionante. Ricordo che lo stavo leggendo in aereo durante il viaggio in Andalusia con la mia classe, era la gita del 4° anno di Liceo. Ricordo che ero rimasta incantata da quella ripetizione ad ogni inizio e fine di capitolo dell’espressione “Sostiene Pereira”, ricordo quanto mi fossi affezionata a quel personaggio, così profondo, così umano: parlava con la fotografia della moglie morta, perché gli mancava, perché era strano. Un personaggio coraggioso però, ma non sto qui a spiegarvi il perché, altrimenti vi rovino il finale.
E poi, nel 2010, per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea, dovevo scegliere 4 libri da leggere, e tra questi c’era anche il suo “Notturno Indiano”. L’ho comprato, mi piaceva già il modo in cui era stato realizzato. Piccolo, con la copertina blu tipica di “Sellerio Editore Palermo” (se avete letto Camilleri sapete di cosa parlo), leggero. Ma sapevo di avere tra le mani un grande libro. Mi ci ero già imbattuta il 20 aprile del 2009, quando al corso di scrittura creativa il professore Carini ci diede l’incipit di questo romanzo, chiedendoci di continuarlo a nostro piacimento. Chiaramente quello che uscì fuori non era neanche paragonabile a ciò che avrei letto più di un anno dopo. “Notturno Indiano” è un viaggio nelle stanze degli hotel, nelle sale di ospedali, nelle strade dell’ India, ma soprattutto è un viaggio alla ricerca e scoperta di sé, tante immagini essenziali che però rimangono ben fisse nella mente. Quando penso all’India penso automaticamente a questo libro, è come se ci fossi stata anche io. E quando un’opera letteraria ti fa viaggiare sull’ onda delle sue parole, delle sue pagine, non puoi non concludere che quella è una grande opera e che chi l’ha scritta rimarrà nella tua storia personale e in quella culturale. Ma ciò che Tabucchi ha fatto per me non si riduce solo a questo: lo scorso anno all’Auditorium Parco della Musica ho avuto il privilegio di partecipare alla giornata dedicata a lui nell’ambito della manifestazione “Libri Come”. Ad un certo punto  ha parlato della “Nostalgia dell’irreversibile”. Ho riflettuto tanto su questa espressione, su cosa volesse dire per me, ma non sono ancora arrivata ad una conclusione. I grandi scrittori smuovono gli ingranaggi della mente, e lui lo ha fatto.
Antonio Tabucchi, per questi motivi, a poco a poco è diventato importante nella mia vita. So che è stato così anche per altri lettori, e questo è perché Tabucchi era un intellettuale di grande spessore, uno scrittore straordinario. Oggi ci ha lasciato qualcuno a cui la morte non imporrà mai il suo silenzio. 

 

14 marzo 2012

Conosco un momento migliore



Conosco un momento migliore. Sta in un posto migliore, quel posto che trovi in un tardo pomeriggio di febbraio, quando è troppo buio per scoprirlo e allora lo conservi nella memoria, in attesa del momento peggiore, quando serve qualcosa di bello per non cedere del tutto alla negatività.
È quel posto che quando ti si ripresenta agli occhi in una mezza mattinata assolata di marzo ti costringe a posare i passi sui propri san pietrini, a salirne le scale, ad ammirarne gli scorci. E basta poco, basta davvero poco per sorridere e pensare a come sarebbe bello essere lì con la persona che ami, dimenticando per un istante la tristezza.
Ci sono tanti momenti migliori, conservati in una miriade di posti migliori a Roma. Basta perdersi per scovare i paesaggi che risollevano l’animo, che accendono lo sguardo.
In un articolo un po’ banale su Parigi ho letto che la capitale francese è l’unica città che possa ancora definirsi suggestiva. Il tizio si sbagliava, forse lui non si è mai perso a Roma in un mezzogiorno assolato, probabilmente non si è mai lasciato guidare dall’ istinto.

25 febbraio 2011

Dall'agenda nel comodino, puntata X(alla seconda)



La Condizione Umana
 
Non ci si può più affacciare da una finestra durante un’assolata mattina romana senza alcun motivo pratico se non per ammirare la luce che dona bellezza a quelle superfici artificiali che altrimenti sarebbero solo fredda utilità.
Gli Altri infatti non sporgono il naso, ma le mani. E le mani talvolta reggono e scuotono una coperta su cui giacciono i reperti assonnati della notte, oppure una tovaglietta di quelle coi quadroni bianchi e rossi su cui delle briciole di biscotti dimenticate fanno fatica a rimanere aggrappate in quel momento di sospensione nel vuoto mattutino.
In una situazione del genere colui che vuole scrutare l’aria fresca è in assoluto svantaggio, non può lamentarsi dei reperti della notte e delle dimenticate briciole di biscotti che gli piombano in testa, perché quelle mani gli diranno “e tu che ci fai qui? Rientra dentro, non stai facendo nulla!” e come dare loro torto?
Perciò, forse nella notte, quel naso e quegli occhi curiosi saranno più liberi di guardare il mondo, magari lo inventeranno, perché l’assenza di luce del mattino modifica le forme e le rende ugualmente affascinanti.

18 gennaio 2011

Come un vetro della più fragile fattura


Tu mi conosci? Tu sai come sono? No, perché...
Perché altrimenti non tornerebbe tutto a vorticare verso quei tempi che ogni volta credo andati, ma che, puntuali come solo le cose che odiamo sanno essere, tornano a solleticare la memoria di una bambina che scappava piangendo, sbattendosi porte dietro porte dietro voci dietro ghigni dietro altre porte dietro volti dietro vuoti. E torna l'impotenza e il rimaner bloccata dietro a tante parole che non sanno uscire, perché...
Perché se il tempo non fosse circolare tutto questo non accadrebbe ogni volta e io non cadrei come un vetro della più fragile fattura.
Ilaria Pantusa
(De Chirico, "L'enigma dell'ora")

30 dicembre 2010

Buoni propositi


Ecco l'unico punto a cui voglio giungere con tutta me stessa, non solo quest'anno, ma nel corso di tutto il resto della mia vita...
"Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio"
(Italo Calvino, Le città invisibili, pag. 164).
E non lo auguro solo a me, ma a tutti coloro che, da qualche anno o solo da qualche mese, hanno deciso di cercare e di saper riconoscere il non-inferno insieme a me.

22 dicembre 2010

The Clash, Sandinista. 'The only band that matters'


Oggi ricorre l' 8° anniversario della morte di Joe Strummer. Come non potevo celebrarlo nel blog che porta il nome di una splendida canzone dei Clash? Per di più la rubrica musicale ha rubato il nome ad un altro loro brano, dunque è mio dovere di folle amante dei Clash pubblicare la recensione di 'Sandinista!'.
Da 8 anni il mondo è meno bello. R.I.P. Joe Strummer

La musica non sarebbe la stessa se i Clash non fossero esistiti. Loro l’hanno riscritta, mescolata e hanno mostrato il volto costruttivo del punk, se di punk si può parlare.Sandinista! è il lavoro più ricco di contaminazioni del gruppo britannico, reggae, dub, rap, rock si incontrano e si uniscono a testi di denuncia sociale e politica, volti a far riflettere, per una realtà migliore che non si bruci nel “No future” digrignato dai Sex Pistols. Il titolo stesso vuole essere provocatorio: si riferisce al movimento di liberazione nazionale nicaraguense che negli anni ’60 andò al potere scacciando il dittatore Somoza. La politica dei sandinisti scatenò la reazione degli USA, i quali finanziarono i gruppi dei controrivoluzionari per far scoppiare la guerra civile. La critica agli USA è inoltre presente nel brano “Washington Bullets”, riferendosi, oltre che a quella cubana e nicaraguense, alla vicenda cilena, che vide gli americani sostenere il generale Pinochet nel colpo di Stato contro il governo del leader comunista Salvador Allende. Non manca l’amore per la musica, espresso in brani come “Corner Soul” o “If Music Could Talk”, in cui alla denuncia sociale si aggiunge il potere delle note.
Un gruppo diventa immortale quando la sua musica parla il linguaggio del presente e i Clash l’immortalità ce l’avevano nel sangue.
 
   Pubblicato sul n° 3 de 'Il Nuovo Cittadino', novembre/dicembre
Ilaria Pantusa


20 dicembre 2010

Arcade Fire, "The Suburbs" - Recensione


 
Arcade Fire
"The Suburbs"
Anno: 2010
 
Loro sono gli Arcade Fire, vengono dal Canada e The Suburbs è un invito a immergervi nel loro colorato, esaltante e, a tratti, malinconico mondo. Con il loro 3° album confermano il talento che hanno dimostrato in precedenza, quando hanno conquistato il cuore e le orecchie di giganti della musica quali U2, Coldplay e David Bowie.
The Suburbs ha una struttura circolare e infatti il brano di chiusura, The Suburbs (continued), riprende il motivo (e lo addolcisce, riempiendolo di sensualità), del brano di apertura, ma ancora più particolare è il fatto che alcune canzoni hanno un doppio dall’umore e dal volto completamente opposto, a volte energico, a volte esuberante, altre cupo. Le voci di Win Butler e Régine Chassagne, la prima roca e a volte cupa, l’altra sempre dolce, sempre morbida, si uniscono creando un’armonia al limite della perfezione, completandosi a vicenda. Non mancano certo i nei (Month Of May, dal ritmo scontato e Sprawl I, che invece manca di ritmo). Eppure le perle sono tante (The Suburbs, Ready To Start, Sprawl II) e fanno dimenticare gli episodi meno riusciti.
Nelle periferie canadesi soffia il vento dell’armonia e dell’amore per la musica del passato, del presente e del futuro, quella musica che sa sempre essere originale, quella che gli Arcade Fire sanno creare con sapienza e devozione.
 
Pubblicato su “Il Nuovo Cittadino”, n° 3 novembre/dicembre
 
Ilaria Pantusa
 
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11 dicembre 2010

Il gran baccano dell'inutilità


Un gran tumulto, un gran vociare, bicchieri a terra e brillanti discorsi che solcano l’atmosfera.
Giochi di sguardi e uomini e donne che fingono di ascoltarsi.
Bambini che corrono, bambini che gridano, altri in silenzio dietro la gonnella della madre.
Una vecchia signora osserva da lontano, pensa.
Il mondo è su di un vassoio e tutti stan su quello, il mondo è un vassoio e nessuno lo sa, il mondo è un vassoio che appena inclinato fa scivolar tutti via. Il mondo si rovescia e l’indifferenza lo governa nel gran baccano dell’inutilità.
Ilaria Pantusa
(16 febbraio 2009)

09 dicembre 2010

Punti di vista


 
Quei posti ricordavano a mia sorella l’infinito.
Poteva scorgerlo fra i rami degli alberi, fra le vallate frastagliate, fra quei borghi che affacciavano con caparbia imprudenza sul vuoto.
L’infinito era per lei ovunque, anche nei nostri giochi d’infanzia, quando correvamo fra i campi con i nostri amici, quando ci buttavamo fra l’erba alta a cercar le formiche.
Io l’infinito lo potevo scorgere solo nella distanza che separava il mio presente da quel passato da bambina, non c’era nulla di più bello e triste.
Ilaria Pantusa
(9 febbraio 2009)

08 dicembre 2010

Un tuono


Il temporale era iniziato.
La pioggia scrosciava sui tetti e rinfrescava le chiome degli alberi che non sentivano l’acqua da settimane.
I passanti si rifugiavano correndo sotto i loro grandi e grigi ombrelli e la città si andava a poco a poco paralizzando nel suo solito caos.
Il gatto, che era stato attirato dal tuono e alla finestra osservava questo scorcio di vita, saltò sul letto e si riaddormentò cullato dal rumore della pioggia.
 
Ilaria Pantusa
(9 febbraio 2009)

07 dicembre 2010

La tela perfetta



 
Il ragno era rimasto intrappolato nella sua stessa tela.
Da anni cercava di creare la tela perfetta, quella più grande, quella più resistente.
E ci era appena riuscito.
Ma la tanto bramata perfezione della sua “opera architettonica” si rivelò essere la sua tomba e infatti vi morì poco dopo.
Ilaria Pantusa
   (10 dicembre 2007)

06 dicembre 2010

Gente che corre




La gente corre. È un dato di fatto.
La gente lo fa, di notte, di giorno, e non se ne accorge.
Si corre in così tanti modi diversi, per così tanti motivi differenti.
E perché noi, che stiamo lì a scrutarla nei suoi rapidi movimenti, dovremmo fare qualcosa per fermarla?
D’altronde anche noi corriamo e anche noi non sappiamo perché, non sappiamo come. Corriamo e basta.
Potremmo anche chiudere gli occhi per la troppa stanchezza e non vedere più nessuno muoversi freneticamente su quella salita che stiamo percorrendo in questa notte di luna piena.
Potrebbe portarci una piacevole sensazione in grado di scaldarci quanto il sollievo il non vedere più nessuno fuggire a quel modo, nello stesso modo in cui lo stiamo facendo noi.
 
Ilaria Pantusa
(4 febbraio 2008)

Ciò che avete appena letto è la mia rielaborazione di "Gente che corre" di Kafka. Ed ecco il racconto originale:
"Se camminiamo di notte per strada e un uomo ci corre incontro, visibile da lontano, perché la strada è in salita e c’è la luna piena, non faremo nulla per trattenerlo, anche se è debole e lacero, anche se qualcuno lo insegue gridando, ma lo faremo continuare nella sua corsa. È notte e non è colpa nostra se la strada sale sotto la luna piena, inoltre può darsi che i due abbiano inscenato l’inseguimento per gioco, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito senza colpa, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla uno dell’altro e ciascuno corre, per suo conto, a letto, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato. E, a ultimo, non ci è lecito essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Che sollievo non vedere più neppure il secondo."
(F. Kafka da “Contemplazione”, 1913)

29 novembre 2010

Seduti. La scuola deve continuare


Seduti. La lezione ancora non è finita. E fate entrare anche i vostri genitori, che ascoltino anche loro. Aprite il libro a pagina Costituzione e leggete cosa c’è scritto. Bene, ripetete con me, “l’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e ancora “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Adesso andate a pagina Precariato e Disoccupazione:
L’anno scolastico 2010/2011 è appena iniziato e la riforma Gelmini, promettendo migliore qualità dell’insegnamento, ha intanto in programma il taglio di 135mila posti di lavoro, cioè 135mila insegnanti saranno licenziati nel giro di un anno. Questo cosa vuol dire? Avanti, tu lì in fondo, rispondi. Esatto, vuol dire che i due principi che abbiamo letto prima non vengono rispettati. Ma aspettate, non è tutto. Ci sono tante scuole come la vostra in cui non ci sono insegnanti. E allora che si fa? Bravissima. Si chiama un altro insegnante, il cosiddetto precario, quello che scende in piazza a protestare ogni anno perché per lui lavorare, oltre che un diritto, è vita, è soddisfazione. Quello che se viene licenziato o ha un punteggio troppo basso nella lista del provveditorato non lavora e allora fa lo sciopero della fame rimanendo nella zona d’ombra della società italiana, quella verso cui lo sguardo dei maggiori media e della politica rimane indifferente.
Passiamo a pagina Qualità dell’apprendimento e Continuità. Perché quelle facce perplesse? Cosa c’è che non va? Ah, il ministro Gelmini ha detto che tutto ciò che ha fatto finora è volto a migliorare la qualità della scuola e ad assicurare la continuità dell’insegnamento? Allora parliamo delle ore scolastiche tagliate alla storia, alla geografia, alla storia dell’arte, alla letteratura italiana e alle lingue straniere. Parliamo, ad esempio, delle 3 ore di matematica durante l’ultimo anno di liceo scientifico e del fatto che i professori devono correre per finire il programma e lasciarsi così alle spalle le vittime degli integrali e delle derivate.
Intanto le cattedre sono vuote e solo 16mila insegnanti sono entrati di ruolo quest’anno. Questo cosa vuol dire? Lo chiedo a voi.
 
Ilaria Pantusa
 
(Articolo pubblicato su Il Nuovo Cittadino n°3 novembre/dicembre)

26 novembre 2010

Fraintesa


Fraintendimento. Bella parola vero?
Pensate, nella mia vita son stata fraintesa 10.598,9 volte.
Come faccio a saperlo?
Basta mescolare un po’ di ricordi dimenticati insieme a facce che non si vedono più. Poi son da aggiungere quelle poche volte in cui il volume della propria rabbia è aumentato e qualcosa come il senso di colpa. Un pizzico di coda di paglia ed il fraintendimento è pronto. Basta poi pesarlo sulla bilancia della propria coscienza ed è così che saprete quante volte siete stati fraintesi.
Qualcuno potrebbe obiettare su cosa c’entrino il senso di colpa e la coda di paglia.
Il loro zampino c’è sempre. Sempre.
Fin da quando ero piccola, anche se la colpa era degli altri, l’unica che si castigava ero io. E allora nel fraintendimento il senso di colpa gioca un ruolo fondamentale, perché è sempre un po’ colpa di se stessi se gli altri non capiscono cosa diciamo. A volte parliamo a voce troppo bassa, talmente bassa che anche un sussurro è più limpido. Altre volte invece urliamo, e le nostre grida si confondono con il rombo di una moto che a cinquanta chilometri da noi sta correndo per andare chissà dove.
Conseguenza immediata del senso di colpa è la coda di paglia. Eh sì, perché una colpa sicuramente ce l’ho. E’ ovvio, è logico, è certo, è chiaro, è matematico, è scientifico, è provato, è testato, è risaputo.
E’ falso.
Il motivo per cui crediamo di meritare la decapitazione è l’unico che non ce la fa ottenere.
E allora altre congetture, altri ricordi da tirare fuori, ma quelli non vengono a galla. No, proprio non capiamo dove sia quella mano di colore che non andava bene, l’increspatura del foglio di carta sul quale si stava scrivendo la lista della spesa.
Capita di essere stati fraintesi, di sentirsi con le spalle al muro come chi è stato condannato alla pena capitale ed invece è innocente, ma lo si scoprirà solo dopo che la sua cenere volerà nel cielo.
Sono stata fraintesa 10.598,9 volte. Neanche so perché.
                                            

24 novembre 2010

L'intelligenza che protegge dai tranelli



 
Boccaccio è affascinato dalla prontezza dell’ingegno umano e spesso, nella letteratura sia antica che moderna, simbolo di questo ingegno sono gli ebrei.
Infatti, il popolo ebraico, vittima dalla notte dei tempi delle più nefaste persecuzioni, vittima dell’antisemitismo, è visto spesso come il nemico, colui da cui diffidare, ma è anche colui che grazie alla sua saggezza riesce a cavarsela nelle situazioni più ardue.
La letteratura medievale presenta ben due esempi, con una vicenda fra l’altro molto simile. Uno proviene dal Novellino (il cui autore è sconosciuto), mentre l’altro dal Decameron.
In entrambi sono protagonisti un sultano e un giudeo, e in entrambi il sultano ha bisogno di denaro per alcuni problemi che lo affliggono, mentre il giudeo è colui che deve prestargli la moneta. Ora, sia il sultano di Boccaccio che quello del Novellino vogliono porre una trappola all'ebreo, e il prescelto, in entrambi i casi, riesce a non cadere nel tranello grazie alla sua intelligenza.
La novella di Boccaccio è ricca di particolari, sia nella trama che nella caratterizzazione dei personaggi. Infatti, Saladino il sultano è un uomo di prestigio, il quale ha speso molto per le battaglie che ha vinto e per i lussi in cui si è rifugiato. È inoltre un uomo avaro, ed è questa la ragione del tranello nei confronti di Melchisedech.
 
 
Melchisedech il giudeo è invece un usuraio di Alessandria, è ricco ed è anche “savio uomo” e grazie a questa sua dote si accorge da subito della beffa.
Il racconto contenuto nel Novellino non dà un volto ai personaggi, ma ne accenna solo le intenzioni. È tramite la conversazione che si evince l’esito positivo della vicenda.
Infatti, non c’è alcuna anticipazione riguardo le doti intellettive del giudeo, ma queste vengono fuori solo grazie a ciò che dice, alla narrazione grazie alla quale si sbriglia dal tranello.
Con la descrizione che Boccaccio fa del suo giudeo, invece, il lettore è già consapevole delle ingegnose capacità dell’uomo e quando le vede messe in azione nel racconto che egli riferisce al sultano, chi legge non se ne sorprende più di tanto. È vero che lo spazio per la narrazione è limitato, ma quel poco che le viene dedicato è fondamentale, perché aiuta il lettore a comprendere in cosa consta l’ingegnosità dell'usuraio ebreo.
E così, la semplicità del racconto contenuto nel Novellino dà l’impressione che l’intelligenza, la genialità, siano doti naturali nell’uomo, soprattutto in coloro che hanno sempre corso enormi rischi nella loro vita e si trovano di fronte ad un altro rischio, forse più grave, forse meno arduo, comunque pronti, comunque vigili.
La struttura ben più complessa della novella di Boccaccio esprime invece il fatto che dietro ogni azione che l’uomo compie c’è sempre un ragionamento, un antefatto che ha preparato l’uomo in questione alle dure prove della vita. Il giudeo, anche se capisce immediatamente che c’è il tranello, non lo dà a vedere. Prima c’è la pausa della narrazione durante la quale Boccaccio descrive i pensieri di Melchisedech, pausa che quasi rappresenta il secondo prima di iniziare a parlare, quando con un respiro si raccolgono le idee ed i pensieri e, parola dopo parola, ci si guadagna la stima, l’approvazione dell’interlocutore.
È in questi sottili particolari che l’amore di Boccaccio nei confronti dell’ingegno umano si palesa.
 
Ilaria Pantusa