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26 marzo 2012

I tanti volti di un affascinante, terribile mistero


Questo saggio breve l'ho posto in apertura della mia tesina di maturità. L'argomento, è intuibile, è la follia. Era il lontano 2009...


“Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
<<follia>> […]”.
(Aldo Palazzeschi, Chi sono?, da L’incendiario, 1909)

In un mondo in cui ancora non esistevano antidepressivi o medicinali per curare la schizofrenia, i pazzi venivano internati in manicomi e costretti in camicie di forza, che fermavano il loro corpo, ma non la loro mente, che vagava, viaggiava, in terrorizzanti abissi o in estasianti e brillanti cieli.
In un mondo ancora immune dal progresso della farmacologia, i pazzi erano anche degli artisti, oppure venivano raccontati da geniali creativi, forse un po’ folli anche loro.
La follia ha sempre camminato accanto all’uomo, compagna della morte come della vita, dell’amore come dell’odio, ed è sempre stata lì, immersa in quel limite invalicabile dell’io, ad attenderlo, per mostrargli l’altro lato del mondo, forse quello oscuro, forse quello più candido.
Questo strano modo di vedere il tempo, i sentimenti, questo strano modo di immergersi nella natura come nel cemento, ha portato illustri uomini di scienza, illustri uomini dal genio creativo, illustri uomini del potere dittatoriale a considerare la realtà, o l’irrealtà, nelle sue molteplici sfaccettature.
Le maschere della genialità di Pirandello si illuminano della vita, alla quale si arriva tramite un’umoristica follia, la quale libera le loro esistenze dalla forma. Così c’è chi viaggia insieme al fischio dei treni e arriva fino in Siberia, c’è chi si libera del proprio ingombrante ruolo di punto di riferimento, dedicandosi a quella pazza tentazione di uscire per qualche istante da se stesso, scindendo la propria persona in due.
C’è anche chi con un soffio spegne la vita di coloro che ha intorno e anche la propria, e si libra nell’aria, sinonimo di vitalità. Infine c’è chi afferma di esser stato matto, mostrando umoristicamente come egli non solo non è savio, ma anche che il mondo in cui vive è completamente alterato, straniante, come accade in molte delle opere di Pirandello.
Ma la follia non è solo un mezzo per sopportare la realtà, essa si fa anche viva nell’espressione delle arti figurative.
Vincent Van Gogh soffre durante la propria vita e ciò è visibile sia nella corrispondenza epistolare col fratello, sia nelle opere da lui dipinte. Le tinte forti caratterizzano la sua arte, la follia subentra fra i suoi colori ed è così che nasce il Campo di grano con volo di corvi, opera simbolo dei suoi tormenti, in cui i neri corvi volano come un presagio di morte nel cielo plumbeo agitato dal vento, vento che smuove anche quel campo di grano nel quale si aprono sentieri che non portano da nessuna parte, la stessa direzione che qualche mese dopo prenderà l’artista.
E se il pittore olandese muore logorato nei nervi, Virginia Woolf si toglie la vita per il timore di poter impazzire. Ma prima di farlo, vent’anni prima, scrive Mrs. Dalloway, in cui racconta di una realtà che è divisa fra la sanità e la follia, follia rappresentata dal secondo protagonista del romanzo, Septimus, che simbolicamente non ha nessuna connessione con la signora Dalloway, e dunque con la vita, se non uno psichiatra, e la grande forza della vita e della morte che si presenta in una sola giornata nella Londra degli anni ’20.
E la follia torna ad essere umorismo con il teatro insolito di Ionesco, il quale racconta l’incomunicabilità tramite la malattia del linguaggio, che sembra quasi soffocato da una folle forma di dislalia, e nell’assurdità del susseguirsi delle scene, il messaggio tanto fondamentale per l’intera umanità che un Vecchio di 95 anni deve diffondere, viene affidato ad un Oratore a causa della difficoltà dell’anziano uomo di esprimersi. Ma l’Oratore è sordo-muto e non riuscirà a farsi intendere da nessuno, comunicando solo rantoli e mugolii, i sintomi che la comunicazione è vittima di una grave epidemia.
Ionesco nelle proprie opere parla infatti dell’oppressione messa in atto dai regimi totalitari del Novecento. E se fino ad ora si è parlato della follia come forma di espressione, come sintomo dei diversi modi d’intendere il reale, subentra il discorso riguardante la follia come delirio di onnipotenza, come forma di distruzione di massa, non solo fisica, ma anche morale, come appunto fa intendere Ionesco sia ne Le sedie, che nel Rinoceronte.
A simboleggiare la follia distruttiva vi è la figura di Hitler, il dittatore nazista che dal 1933 al 1945 ha fatto conoscere non solo all’Europa, ma al mondo intero i crimini più nefandi, come lo sterminio di sei milioni di ebrei e di migliaia di zingari, omosessuali e handicappati, l’uomo che con la propria sete di potere ha contribuito a causare lo scoppio della Seconda guerra mondiale, conflitto che ha visto morire circa 50 milioni di esseri umani, fra soldati e civili.
Ecco come la follia di uno si manifesta e rade al suolo intere città, appoggiata da masse amorfe che si muovono come automi, quelle masse indifferenti che vengono utilizzate ed allo stesso tempo disprezzate da chi instaura questo tipo di potere.
La sete di potere è condannata anche da Seneca, il quale nelle sue tragedie trasferisce il proprio pensiero stoico, denunciando le passioni e accusandole di deformare il corpo e lo spirito degli uomini. Anche la sete di potere è provocata da una passione, l’odio verso il prossimo ed anche verso se stessi, la smisurata ambizione, l’esagerato desiderare un determinato oggetto. Nell’Hercules furens Seneca dimostra come la responsabilità delle azioni più nefande non sia solo da attribuire alle divinità, ma anche alla personalità di chi le compie. Ecco perché Seneca scava nel profondo della psicologia dei suoi personaggi, egli in questo modo insegna la propria moralità, ovvero il rinnegare le passioni, andando oltre.
Ed anche la follia si fa Oltre. Tramite le parole di Zarathustra Nietzsche chiede all’umanità intera di generare una “stella danzante”. Questa è creatrice di vita, perché è luce che si muove caoticamente, dato che è generata dal caos. E cos’altro è la stella se non il simbolo di quella creazione dell’universo nata dal caos dell’esplosione primordiale?
In qualche modo anche la follia è generatrice di luce e vita, tramite la voce del folle si afferma la morte di Dio ed allo stesso tempo la nascita del Superuomo, che comporta l’inizio di un nuovo mondo in cui l’uomo deve passare per tre metamorfosi ed alla terza deve farsi nuovamente bambino, vita primordiale, per poter far giungere i propri messaggi a quegli eletti dal caos dell’Oltre.
Ecco i tanti volti della follia, le tante penne, le tante parole mai dette o gridate al vento, vento pronto a farle germogliare chissà dove, chissà quando. Ecco la follia, che ci tiene per mano, e ci suggerisce sempre un altro modo di pensare alla nostra esistenza, mistero affascinante e terribile allo stesso tempo, ma sempre con noi, immerso nella nostra ombra.

03 dicembre 2009

"L'esclusa", Luigi Pirandello


 
In un piccolo paese della Sicilia di fine Ottocento, due famiglie, unite dal matrimonio fra Rocco Pentagora e Marta Ajala, vengono divise proprio dalla fine di questo, a causa di uno scambio epistolare fra la donna ed un notabile, Gregorio Alvignani.
Mentre i Pentagora muovono l’opinione del paese contro Marta, giudicata fedifraga, quest’ultima, che non ha alcun problema con la propria coscienza, è bandita dal padre, che a sua volta nasconde se stesso dal resto della famiglia, chiudendosi al buio della propria stanza da letto.
Così la famiglia Ajala è costretta a provveder da sola agli affari della conceria, che viene affidata ad un cugino, Paolo Sistri, che di lì a poco la manderà in rovina.
La morte di Francesco Ajala, quella del figlio che Marta aspettava da Rocco e il fallimento della conceria, segnano l’inizio di una veloce decadenza per le Ajala. Ma in loro aiuto sopraggiunge Anna Veronica, una vecchia amica di Agata Ajala, anche lei emarginata per uno scandalo che l’aveva coinvolta anni prima.
Marta intanto decide di fare un esame che la abiliti ad insegnare, per aiutare madre e sorella minore a rialzarsi dal fango. L’esame lo passa, ma non il muro d’ostilità ed ignoranza che le si para davanti, così viene sostituita dalla figlia di un consigliere. Finalmente riesce a conquistare una cattedra, ma il rancore ingiustificato di alunne e genitori la farà presto scappare a Palermo, con tutta la famiglia.
Ed è nella cittadina sicula che le Ajala iniziano a vivere giorni più lieti.
A poco a poco che l’abitudine alla tranquillità scalda il cuore a madre e sorella, Marta, da quell’abitudine, comincia a sentirsi svuotata, a sentire l’oppressione dell’esclusione, di nuovo. A scuola i colleghi le fanno la corte, ma lei non ne è affatto lusingata, anzi, infastidita.
Qui rincontra l’Alvignani, con cui ha una breve relazione, la quale finisce dal momento che la donna si rende conto di non averlo mai amato.
È durante l’agonia della madre di Rocco, trasferitasi a Palermo dopo esser stata cacciata dal marito per tradimento, che Marta e Rocco si ricongiungono.
Pirandello sembra dipingere il grande quadro de “L’esclusa” con passione, precisione e grande capacità espressiva. E lo scenario è vasto, ma non perché mille e uno personaggi entrano nella storia e si rincorrono uno ad uno riempiendola di fatti, di nomi. Lo scenario è vasto perché ogni personaggio viene caratterizzato in ogni minimo particolare, dando al lettore la sensazione che stia lì, davanti ad i suoi occhi, a parlare, a pensare, a piangere o anche a morire. Anche i nomi, anche i suoni delle parole con cui Pirandello descrive queste sue “creature d’inchiostro” contribuiscono a donare una precisa istantanea di essi. Un esempio di ciò si può avere con il professore Matteo Falcone, dai modi così rozzi, dai piedi così storti, dall’aspetto così spaventoso, il quale si innamora perdutamente di Marta e che per questo amore non corrisposto finisce in manicomio. L’uomo viene descritto con termini dai suoni gutturali e dentali, creando un’immagine quasi grottesca che drammatizza e in parte sdrammatizza il personaggio.
Un altro esempio di caratterizzazione al limite del teatrale si ha col consigliere, padre di un’alunna strafottente, che si lamenta dell’operato di Marta andando a parlarne col direttore della scuola, trasformandosi così nella goccia che fa traboccare il vaso e che fa trasferire Marta e la famiglia a Palermo. Nel descrivere l’irruenza decisiva dell’uomo, Pirandello adotta nel testo il suo modo di parlare, arrivando ad onomatopeiche per descrivere ad esempio lo strisciare snervato delle sue scarpe, quasi come se volesse far vibrare anche la carta della rabbia del padre offeso.
I personaggi in realtà sono pochi e tutti, nel loro piccolo, fondamentali, quasi come se si stesse leggendo un’opera di Shakespeare (ad esempio Romeo e Giulietta), in cui ogni singola voce è funzionale allo svolgimento dei fatti narrati.
Inoltre è interessante notare come sia evidente il paradosso presente nel romanzo.
Marta viene cacciata di casa ed accusata di infedeltà dal marito, perché protagonista di uno scambio di lettere con l’ Alvignani. Basta questo a scatenare la bufera.
In realtà Marta non fa altro che sentirsi lusingata dalla conversazione epistolare con l’uomo, il quale la riempie di ammirazione, riconosce la sua cultura e la valorizza. La donna anzi si sente stupida a non aver frenato quello scambio di opinioni, di idee, di complimenti. E si sente così dal momento che non prova, nei confronti del notabile, alcuna sorta di sentimento che possa comprometterla nel matrimonio con Rocco. Ma l’ignoranza e l’impulsività di Rocco, alimentate da una sorta di superstizione nei confronti del matrimonio tutta teorizzata dal padre di lui, Antonio Pentagora, il quale afferma che ogni Pentagora “cornuto nasce”, portano l’uomo apparentemente tradito, a non tentare di oltrepassare l’apparente evidenza della situazione.
Così iniziano tutte le peripezie di Marta, la quale fa di tutto per risollevarsi dal fango, per camminare a testa alta in mezzo alla strada. La madre e la sorella non capiscono questo atteggiamento, quasi come se non lo approvassero perché già arresesi alla condanna collettiva.
L’esclusa quindi, non solo deve fare i conti con un intero paese in cui “se tutti la pensano così, allora qualcosa di fondato ci deve pur essere”, ma deve anche lottare per discolparsi davanti a madre e sorella. Perché se all’inizio decide di non fare assolutamente nulla, nella convinzione di avere la coscienza pulita, Marta capisce anche che la sua “non-colpa” è stata fautrice di danni alla sua famiglia. E mentre la donna si allontana dagli entusiasmi della famiglia, quest’ultima appare come coperta da un manto caldo che la riscalda. Ed è Marta stessa a procurarlo quel manto. Solo che il suo lato è gelido, ma a lei non importa ciò.
Quando a Palermo rincontra Gregorio Alvignani, nasce la passione, lei crede addirittura di amarlo. È a questo punto che tutto però si ribalta. La relazione con il notabile termina perché Rocco rivuole indietro la moglie, che intanto è incinta dell’Alvignani. La madre di Rocco è in fin di vita e Marta, nonostante il tradimento, ora avvenuto, si ricongiunge al marito. Ed è proprio l’Alvignani che fa notare alla donna da lui amata il paradosso: “[…] Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo […] il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!”.
In qualche modo tutto ciò vanifica i tentativi fatti da Marta di rialzarsi da sola, con le proprie forze, di dimostrare che lei era nel giusto.
Solo ora che si è resa finalmente colpevole della colpa che, al tempo, non aveva commesso, il marito chiede la riconciliazione, e la ottiene durante la veglia della madre.
Il fatto che la riconciliazione avvenga davanti al letto di morte della madre di Rocco è un particolare che potrebbe rappresentare il punto d’arrivo della vicenda. Anche la madre dell’uomo, come Marta, era stata cacciata di casa perché accusata di adulterio. Anche lei quindi ha passato una vita da esclusa.
È come se madre e nuora ottenessero la loro vendetta l’una grazie all’altra. La nuora si riconcilia col marito solo dopo essersi compromessa davvero, e l’occasione arriva con l’agonia e la morte della madre di Rocco. Quest’ultima invece muore avendo davanti agli occhi la sconfitta morale dell’ex marito, Antonio Pentagora.
Ma si parla di vendetta, non di vittoria. Gli sforzi di Marta sono vanificati dal “fallo” che infine commette. La madre di Rocco invece muore dopo aver condotto una vita da emarginata, senza aver mai provato ad alzare il capo.
È come se in questa storia tutti fossero vittime e allo stesso tempo vendicatori.

15 novembre 2009

Eroi nel vuoto



Una canzone diceva che essere “Superman non è facile”. Anche il Supereroe di tutti i supereroi aveva un punto debole, ma sapeva volare, era forte, salvava la sua donna ogni volta che lei si trovava in pericolo ed il suo intento era quello di mettere in salvo il mondo combattendo crudeli uomini pronti ad impadronirsene e a trasformarlo in polvere. Certo, secondo l’immagine che gli americani avevano di loro stessi nella prima metà del ‘900, credere in una figura del genere era possibile, d’altronde l’America era potente, ricca e patria di Libertà e Felicità.
Non era così nella vecchia e stanca Europa, le cui ferite prodotte da centinaia di anni di guerre non si erano rimarginate del tutto, ed anzi vibravano di infezioni e sangue cattivo. E la cultura del vecchio continente ne risentiva. Prime vittime i poeti. Baudelaire perde per le strade di Parigi la sua aureola e va a bere in un bordello, il caos cittadino urla fra i suoi versi ed il poeta si sente un escluso, ma anche un eletto, l’unico in grado di leggere la realtà, il tempio della natura, l’unico che può sentire le sinestesie della vita, come scriveva in “Corrispondenze”. In qualche modo il poeta baudelairiano, il poeta simbolista è ancora un eroe. O almeno lo è finché il progresso del Novecento non investe borghesi e non con i suoi clacson, con il peso dei macchinari metallici dell’industria, con le sue rotaie e a volte con i suoi tram.
Un’atmosfera di generale sovreccitazione che non eccita l’ambiente culturale, tranne D’Annunzio, che dell’artista fa una sorta di divo, di superuomo, essendo capace a soli sedici anni di pubblicizzare la sua prima opera di poesie fingendosi morto, e poi smentendo la notizia che saltava di quotidiano in quotidiano.
Ed il resto degli uomini di penna e delle loro creature di carta?
Ed ecco che l’eroe comincia a dissolversi.
Il protagonista del romanzo del primo Novecento è un eroe/antieroe, un insoddisfatto, perché incapace di agire e reagire. In “La senilità” di Svevo, Emilio si ritrova “nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore […], nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”. E’ proprio questo sospettare, questo aver paura della paura che fa di lui un inetto. E il tema dell’insicurezza, del dubbio ricorre anche in un altro romanzo di Svevo, “La coscienza di Zeno”, nel quale anche una sigaretta diventa motivo di ossessione, diventa causa della sua incapacità. Incapacità di smettere di fumare, incapacità di scegliere definitivamente fra una facoltà universitaria e l’altra, incapacità di decidere per una donna o per un’altra. Egli vive fra continue ipotesi e continui dubbi, cammina su di un filo su cui non incontra mai il nodo duro della “decisa convinzione”, è un uomo che alla domanda “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” (presa in prestito dai versi di “Verranno a chiederti del nostro amore” di De Andrè), si crogiolerebbe nella ricerca di una risposta, invece nascosta nelle vicende della sua esistenza.
E se i protagonisti dei romanzi di Svevo vagano nel dubbio e nell’insicurezza, il Mattia Pascal, che fu anche Adriano Meis, di Pirandello, finge di essere morto per liberarsi di una famiglia troppo ingombrante, diventa ombra e scopre che chi è davvero libero è la sua vecchia famiglia, liberatasi da lui. L’illusione di essere rinato dopo la falsa morte non lo pervade del tutto, perché la realtà è più grande, più forte, più sapiente, o solo più pragmatica, ma talmente potente da rendere inutili tutte le sue azioni, compiute con l’ingenuo intento di “vivere”, e non di sopravvivere soltanto. Si ritrova ucciso, ucciso davvero dalla libertà da sempre bramata, eroina per altri, ma non per lui.
Con Pirandello e Svevo si parla ancora di eroi in carne ed ossa. In questi casi la “sostanza si vendica sulla Poesia”, e dopo essersi nutrita di essa, cosa diventa? Potrebbe diventare fumo quell’eroe “forestiere della vita” o schiavo delle sigarette. Potrebbe anche diventare cosciente di esser fatto della stessa sostanza dell’inettitudine, e non dei sogni come diceva Shakespeare.
L’uomo di fumo che Palazzeschi racconta ne “Il codice di Perelà” finalmente capisce che è un mediocre, un uomo che vaga come le ombre nei quadri di Munch, annunciatrici di incertezza ed angoscia, a cui la vita dell’adolescente rappresentata in “Pubertà” è legata impercettibilmente ed inevitabilmente.
Il dissolversi dell’eroe arriva ad un punto di non ritorno con “Il cavaliere inesistente” raccontato da Calvino. Una voce che proviene “da dentro un elmo chiuso, come fosse non una gola, ma la stessa lamiera dell’armatura a vibrare”, una voce che parla e che dice “io sono”, ma che dietro a tutti quei nomi che grida in modo metallico, nasconde l’inconsistenza di un essere inesistente.
Quasi metafora di tutto quel vuoto vestito di seta, vestito di modernità, vestito di quel progresso ed illuminato da luci sgargianti, quel vuoto che ci spaventa con lo sguardo allucinato dell’ “Idolo moderno” di Boccioni, quel vuoto che si sente dopo sferzate di nichilismo.
L’eroe che si dissolve non è solo l’immagine di un inizio Novecento spaventato e bendato, quasi paralizzato nelle sue fasciature, ma è l’immagine di un intero secolo, l’emblema dell’epoca in cui fotografi ricattatori vengono considerati idoli da orde di adolescenti e “il partito dell’uomo qualunque” è quello più forte.
Le ceneri di quegli eroi vagano nell’aria, incidono nel vuoto sfumature più profonde che gli danno un senso, ed insegnano raccontando dubbi ed incertezze che neanche Superman è in grado di vincere.

12 novembre 2009

Scrivere per viaggiare



“I libri le aprivano mondi nuovi e le facevano conoscere persone straordinarie che vivevano una vita piena di avventure. Viaggiava su antichi velieri con J. Conrad. Andava in Africa con E. Hemingway e in India con Kipling. Girava il mondo restando seduta nella sua stanza, in un villaggio inglese”.
Questo è “viaggiare” per la Matilde di Roal Dahl, il quale a sua volta, con i suoi romanzi per ragazzi, ha creato perfetti habitat per far maturare la fantasia dei suoi tanti, piccoli lettori.
Il viaggio è la meta dello scrittore. Vagare col pensiero, scoprire l’ “oltre” che tanto spaventa l’uomo mediocre, è il suo obiettivo, esser raggiunto dal fruitore della propria opera è la sua realizzazione.
Certo è che Kipling ed Hemingway si son sentiti realizzati se, come da Matilde, son stati raggiunti anche da altri lettori pronti a vagare fra le loro parole.
Ma cosa vuol dire essere pronti a partire?
Come per l’Ulisse di Dante, è rinunciare ad un figlio, ad un padre, ad una donna per “divenir del mondo esperto”? Anche. Essere pronti a partire è spogliarsi di se stessi e tentare in tutti i modi di vestire i panni del mondo.
Il lettore sa che ogni  libro è una piccola lezione di vita, il più grande specchio del suo animo. Leggere risveglia in lui, come nella Matilde di Dahl, la possibilità di inventare immagini, sapori, odori, di essere travolto da irresistibili sinestesie.
E se per il lettore il viaggio dei sensi è una tensione verso l’infinito che solo pagine e pagine di parole permettono di raggiungere, per lo scrittore, l’atto di scrivere è un qualcosa che va oltre il proprio “io”.
Come afferma Kundera ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, i personaggi del suo romanzo sono le sue stesse possibilità che non si sono mai realizzate. Egli vuole bene ad ognuno di loro, ma allo stesso modo lo spaventano, perché ciascuno di essi ha superato un confine che egli ha solo aggirato, oltre il quale finisce il proprio io, e che costituisce proprio ciò che lo attrae.
Scrivere è quindi per Kundera un oltrepassare i limiti del proprio io, viaggiando sui binari del proprio estro. E’ simile a ciò che succede all’uomo che si eleva dalla condizione di mediocrità andando verso l’oltre, interrogandosi quindi sul senso della vita e di ciò che lo circonda. Infatti, come ancora afferma Kundera, “un romanzo è un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato”.
Viaggiare col pensiero e con le parole a volte è anche un voler sfuggire a questa gabbia. Se il lettore, mentre si immerge in uno scritto, si inebria di tutte le sensazioni che quello può regalargli, lo scrittore, durante il processo creativo, può evadere. Lo faceva Verlaine quando, chiuso in prigione, guardava il cielo blu segnato dalle sbarre della sua obbligatoria dimora e parlava dei rumori dei luoghi in cui era la vita nella poesia “Le ciel est, par-dessus le toit”
.
Nelle opere di Baudelaire il viaggio è visto come evasione nel mondo dei sensi e in quello incontaminato e puro dell’immaginazione. Nauseato dallo choc di cui fa esperienza nella Parigi degli albori della modernità, vuole evadere nella terra della donna da lui adorata, là dove “tutto è ordine e beltà, lusso, calma e voluttà”. “Invito al viaggio” è un invito ad entrare in un mondo abitato dai sensi, dalla lucentezza dei piccoli particolari, in un mondo di “giacinto e d’oro”.
Capita che l’evasione si nasconda nei piccoli particolari. Pirandello è in grado di aprire i propri occhi, quelli dei suoi personaggi e, simultaneamente, quelli del lettore, sulle sottigliezze della vita.
Al Belluca di “Il treno ha fischiato” basta correr col pensiero dietro ad un treno sentito fischiare in una notte come le altre, per vagare fra oceani e foreste, montagne e città note o ignote, riuscendo ad evadere dal caos della quotidianità, quella stessa che tanto ossessiona l’autore siciliano, mania che lo porta ad estrapolare dal suo genio pensieri illuminanti, pronti a rimbalzare addosso a chiunque si senta pronto a viaggiare con essi.
Scrivere per viaggiare, leggere per sfuggire. Vagare. Tutto questo è viaggiare.
Si viaggia per se stessi, verso se stessi, si sfugge da se stessi e dagli altri, da ogni “oltre” e da ogni ramo secco del nostro passato che non si è trasformato in futuro. Si vaga col pensiero per raccontare e per rimanere, per restare gli uni accanto agli altri, per fare “un sogno di mare” e “seguire questo migrare”, citando Fabrizio De Andrè, per tenere saldo ogni drappo di mondo che si è visto realmente o solo dal proprio personale “villaggio inglese”.