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28 aprile 2012

L'inutile e vana lezione della nostalgia


L’inutile e vana lezione della nostalgia. Tutte le parole del mondo sarebbero troppo definite e dovrebbero dare la perfetta misura di ogni mia sensazione. Dovrei star qui a raccontare i dettagli di alcuni anni di vita e starei a rimproverarmi tante cose che ormai non possono più essere ricomposte. Di certo so che ora ho un’ulteriore visione di alcune mie azioni e non-azioni. Il passato ha mille sfaccettature perché molteplici sono le angolazioni da cui guardarlo. Il mio punto di vista, quello dei protagonisti di queste storie, quello dei nudi e crudi fatti. Il passato acquisisce nuovi valori e dà nuovi spunti per il futuro, forse.
E sto scrivendo queste poche righe perché avevo bisogno di mettere nero su bianco che ho un po’ di tristezza nel cuore e di dirmi che passerà, ma anche per ricordarmi che sono estremamente legata a questa melanconia che viene quasi cullata da ogni canzone che mi scelgo in momenti come questo, come quella che sto ascoltando ora…
… e mia sorella oggi compie 18 anni e io ricordo come ci immaginavamo questo momento quando eravamo piccole secoli fa.
… e tornerei volentieri indietro a riprendermi qualche risata e tenerla bene a mente nel caso in cui volessi buttare tutto all’aria come ho già fatto.
… e come ero io a 18 anni…
… e la canzone è finita. Buona vita.



09 dicembre 2010

Punti di vista


 
Quei posti ricordavano a mia sorella l’infinito.
Poteva scorgerlo fra i rami degli alberi, fra le vallate frastagliate, fra quei borghi che affacciavano con caparbia imprudenza sul vuoto.
L’infinito era per lei ovunque, anche nei nostri giochi d’infanzia, quando correvamo fra i campi con i nostri amici, quando ci buttavamo fra l’erba alta a cercar le formiche.
Io l’infinito lo potevo scorgere solo nella distanza che separava il mio presente da quel passato da bambina, non c’era nulla di più bello e triste.
Ilaria Pantusa
(9 febbraio 2009)

18 luglio 2010

L’allegoria del Passato che si era staccato dal muro


 
("Morning Sun", Edward Hopper, 1952, olio su tela)


Mi ritrovo una mattina inseguita dal mio gatto in ogni cambio di scena, in ogni gesto e mi chiedo perché sono ancora sveglia con lo sguardo rivolto al passato e a ciò che è passato forse per sempre. Mi sgrido, perché i miei errori sono imperdonabili, anche quando è la Felicità la responsabile. I miei capelli sono diventati più chiari intanto e il sole è sorto come sempre accompagnato dal cinguettio degli uccelli. Ma io sono arrabbiata. Quel Passato si ripete ed ormai potrebbe essermi indifferente e potrei rinunciare a sperare che la Prossima Volta le cose saranno diverse, se non fosse per la Felicità, che dà un valore aggiunto a tutto, anche ai pezzi che perdo per strada. Fuori voci sorridenti di bambini che giocano coi nonni, il sole si alza, ma ancora non è bollente. E poi lo scorgi quel passato. Ti torna fra le mani staccandosi da un muro, lo vedi coi tuoi occhi e pensi che ti aspetti troppo dagli eventi. In questo ho sbagliato. Dovevo saperlo che un evento come quello avrebbe scatenato reazioni contrastanti, sbalzi climatici, cadute di governi, crisi economiche, guerre mondiali, l’infrangersi del vetro, vetro che avevo scambiato per un diamante, ma che in fondo sapevo non avrebbe retto alla Rivoluzione che si scatenava dentro me, quella dolce tempesta che accompagna i miei giorni più vivi. Anche il mio gatto ha preferito non disturbare la mia solitudine. Mi chiedo perché il Passato non fa altro che invaderla.
Ilaria Pantusa