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11 dicembre 2010

Il gran baccano dell'inutilità


Un gran tumulto, un gran vociare, bicchieri a terra e brillanti discorsi che solcano l’atmosfera.
Giochi di sguardi e uomini e donne che fingono di ascoltarsi.
Bambini che corrono, bambini che gridano, altri in silenzio dietro la gonnella della madre.
Una vecchia signora osserva da lontano, pensa.
Il mondo è su di un vassoio e tutti stan su quello, il mondo è un vassoio e nessuno lo sa, il mondo è un vassoio che appena inclinato fa scivolar tutti via. Il mondo si rovescia e l’indifferenza lo governa nel gran baccano dell’inutilità.
Ilaria Pantusa
(16 febbraio 2009)

01 marzo 2010

Monologo Interiore di un "Io"



 E. Hopper, "Sheridan Theatre"
"Non si può giudicare il modo in cui una persona ne ama un’altra.
Voi invece lo avete fatto, lo fanno tutti.
Tutti a dire che l’amicizia dura per sempre, mentre gli amori vanno e vengono, un amico ti sta accanto nel momento del bisogno, un uomo invece non c’è sempre per te, che fai, ancora credi nel Dio Amore?
A voi che pensate questo e accanto avete qualcuno che dite di amare, a voi chiedo di riflettere sul vostro amore.
Morireste per lui o per lei? Vivreste ogni giorno della vostra vita insieme come se fosse l’ultimo? Perché sapete, io penso che il domani non lo si conosca mai abbastanza, se c’è una cosa che ho imparato dai telegiornali è che un maledetto fulmine, una maledetta automobile impazzita può cancellare ogni tuo desiderio di vivere in pochi istanti, il tempo di dire addio al mondo.
Io non credo in nessun Dio, in nessun Destino, neanche al Caso. Credo che ci sia un ordine che dipende dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni ed indecisioni, dalle nostre non decisioni, dalla nostra indifferenza.
Ogni giorno noi facciamo qualcosa, ci alziamo dal letto, andiamo in bagno a guardare una faccia arruffata davanti allo specchio, corriamo verso un ufficio, un’aula accademica, un’auto, un’aula scolastica, un’altra auto, un bus, un ladro, un assassino, un benefattore, un dio, un cane, un gatto, corriamo verso un desiderio, un qualcosa che ci prenderà a schiaffi, qualcuno che ci pugnalerà alle spalle, un sorriso, un sì, un no, un forse.
Tutto questo ci cambia il corso della vita, perché ogni istante è fatto di bivi, quante possibilità ci offre vivere allora? Ed ecco che è necessario essere convinti di qualcosa, credere in qualcosa, avere un punto fermo, il centro che regola tutto, la guida nell’esplorazione del bivio, il sole del proprio cuore.
Io non credo neanche nella Certezza. Chi me lo dice che l’amicizia non possa andare e venire proprio come l’amore? Il punto è costruirsi delle certezze.
E allora la mia stella può essere il mio Lui, lui può essere il mio tutto, tutto il resto è un contorno.
È semplicemente un punto di vista che non coincide con quello degli altri. Non parlo di priorità, di chi è più importante e di chi è meno importante.
L’amore lo cerchi per tutta la vita ed è raro sentirlo pulsare come se fosse il proprio cuore. Arrivati a questo punto non si tratta più solo di due persone, ma di due organi vitali che coincidono, ogni tratto che si incontra appartiene all’altro e lo irrora di vita.
Come si può giudicare il modo in cui una persona ama un’altra persona?"
Ilaria Pantusa
-Esercizio di stile-

02 febbraio 2010

Disobbedienza civile



Si tratta di un avvertimento, una promessa.
Visto il decreto Romani ( leggete qui --> www.analisicompleta.it/2010/02/decreto-romani-il-modo-di-mettere-in.html ) questo blog continuerà, insieme a molti altri (come lo stesso http://www.analisicompleta.it/ ), a dire la Verità ogni qual volta sia necessario. Non vi lasciamo da soli. 
Io vi chiedo di ribellarvi, vi chiedo, per una volta, di non rimanere passivi ed impassibili, vi chiedo di gridare insieme a me e a molti altri che le cose non vanno bene, che non basta essere felici e stupidi per vivere bene. Vi succhieranno il sangue e l'anima, le fabbriche stanno chiudendo e la nostra libertà la stanno limitando. Io non lo voglio, voi?
Sono gradite idee, discussioni che permettano di trovare una soluzione a questa insostenibile realtà. Vi consiglio quindi di iscrivervi a questo gruppo su Facebook:http://www.facebook.com/profile.php?ref=name&id=1195807305#/group.php?gid=206571073976&ref=ts
Se ci lasciamo sopraffare abbiamo dato loro una vittoria immeritata.

29 dicembre 2009

Ci vuole coraggio in Italia...



“[…]L’Italia è così. Dimenticate l’Italia di Dante. Dimenticate l’Italia di Verdi. Dimenticate l’Italia delle vostre fantasie. Benvenuti nell’Italia che definisce una retata contro gli immigrati ‘Operazione Bianco Natale’, nell’Italia che dichiara che il Presidente degli Stati Uniti ha una bella tintarella, la stessa Italia che poi si mette anche a ridacchiare di queste cose.»”
Martin Ketlle conclude il suo articolo con questa frase (l’articolo completo potete trovarlo qui:
Leggere l’amarezza di questo giornalista mi ha fatto pensare alla mia di amarezza, quella di una diciannovenne che sogna di vivere la sua vita scrivendo storie da leggere per pensare, che sogna di diventare una brava giornalista, una che scopre verità nascoste e le mostra al mondo, senza aver paura di ricevere minacce o di essere imbavagliata da un compromesso.
Mi fa male pensare che dall’estero ci guardano con sguardo sprezzante, di disgusto, per una colpa che io non ho, che molti altri non hanno.
I cosiddetti adulti si lamentano continuamente dei cosiddetti giovani, sempre sbandati, sempre a cercare i soldi da mamma e papà, sempre a pretendere senza poi dare, senza ideali, senza valori, che hanno dimenticato cos’è il rispetto.
L’imbecillità di questi discorsi mi lascia a bocca non aperta, spalancata. A voi che state leggendo chiedo di farvi una piccola, semplice domanda. CHI ha educato questi giovani, CHI li ha cresciuti, CHI ha dato loro questa imitazione di futuro?
Io sono arrabbiata con chi mi ha lasciato un mondo del genere, io sono furiosa verso chi ha fatto sì che i miei coetanei sappiano dire solo “chi se ne frega, tanto a me che mi fanno?”, io sono stufa di sentirmi così impotente. Impotenza. Termine che non designa solo una deficienza sessuale. L’impotenza è quella sensazione che si prova quando i propri sforzi vengono considerati nulli a causa dell’indifferenza, l’impotenza riesce a rosicchiare uno spirito combattivo, addirittura la rabbia.
Mi sono sentita impotente quando ho letto questo articolo, mi sono sentita così anche quando ho visto il film-documentario “Videocracy”, mi sento così ogni volta che qualche parlamentare apre bocca, ogni volta che vedo ragazzi della mia età essere totalmente indifferenti.
Martin Kettle, non ho avuto la fortuna di nascere negli anni in cui in Italia c’erano intellettuali del calibro di Pirandello, Fermi o Pascoli, ma non per questo merito di essere dimenticata a causa dell’ignoranza di chi mi ha lasciato in eredità uno sfacelo da disfare e comporre daccapo.
La domanda che mi (e vi) pongo è questa: Chi sarà in grado di scucire e ricucire un’ Italia così lacera? Ci sarà qualcuno in grado di avere una forza di volontà tale?
Oppure sarò obbligata a vedermi scorrere tutto davanti agli occhi, come hanno fatto gli inetti delle generazioni precedenti alla mia?
Guardate che ci vuole coraggio per tenere gli occhi così chiusi.

14 novembre 2009

"Lo Straniero"


Facile sentirsi stranieri. E’ come vivere continuamente percorrendo un’autostrada, terra di nessuno, o forse solo dei cartelli con le indicazioni.
Capita di sentirsi stranieri anche nella propria città, quando si è parte di una grande “massa amorfa” che non guarda da nessuna parte, perché lo sguardo lo posa sul proprio vuoto. Ed è proprio quando ci si rende conto dell’inconsistenza di quest’accumulo di individui tutti simili, perché tutti similmente persi nello stesso vuoto, che vien da pensare che si è estranei, diversi, stranieri. E’ una sensazione decisamente improvvisa, una sorta di epifania, come un lampo che attraversa un pensiero, che scuote lo sguardo e lo risveglia.
Capita che poi lo sguardo vigile, attento, vada a posarsi sulle scritte, sui disegni, sui simboli che, per sfogo o per ispirazione coraggiosamente idiota, qualcuno ha lasciato sui muri. Lì non si parla solo di amore. Ci sono grida di protesta, dichiarazioni politiche, sintesi di opinioni, dimostrazioni di odio. E allora si legge di rumeni da cacciare via e di zingari da bruciare, con accanto una svastica o una croce celtica a decorare il tutto.
Ora quello sguardo ha la possibilità di pensare. Può pensare, ma sì, bruciate tutti; Può pensare, ah, il solito teppista, e poi può non far nulla.
Oppure può cominciare a riflettere.
Potrebbe rievocare le parole di Guccini, che in “Auschwitz” afferma che l’uomo non imparerà mai a vivere senza ammazzare, che la belva umana non si è ancora accontentata di tutto il sangue già versato. “Saremo sempre a milioni / in polvere qui nel vento”. E quanti Primo Levi si domanderanno “Se questo è un uomo”? Quante parole per asciugare, tentare  di assorbire, tutto l’odio versato? E scorrono negli occhi le immagini dei notiziari, i volti dei clandestini appena sbarcati sulle coste italiane, i disperati in cerca di vane speranze su cui i tanti anonimi ed orgogliosi autori di scritte sui muri dispensatrici di odio razziale si sfogano.
Gli italiani, dicono, sono persone accoglienti e affidabili, sempre pronte a rivolgere sguardi gentili ai turisti col portafoglio pieno. Però come è facile lanciare sguardi di diffidenza verso il venditore ambulante nero, povero e probabilmente ultimo di una catena di mal affari tutti di casa nostra.
Lo sguardo sveglio in questo caso potrebbe cantare le parole di Caparezza, il quale nella sua “Vieni a ballare in Puglia” afferma che “ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati”. Chissà quanto fanno male quegli sguardi di odio e diffidenza. Almeno quanto i carri armati o i bombardieri di cui parla Brecht. Come dice il poeta e drammaturgo tedesco, “l’uomo fa di tutto”, e come ci insegna la Storia, egli è in grado di porsi contro un suo concittadino, connazionale, contro suo fratello, se si pensa alla leggenda di Romolo e Remo.
L’uomo è in grado di torturare, violentare ed ingravidare donne solo per generare altro odio, altro sangue, come racconta Augias in un articolo di Repubblica in cui parla della guerra in Bosnia.
Un’immagine su tutte racchiude l’orrore a cui quello sguardo sveglio sicuramente non è indifferente: “Guernica” di Picasso racconta la guerra civile in Spagna. Occhi sbarrati, tonalità dal grigio al nero, volti urlanti contro il cielo ed ecco il terrore e lo squallore dell’odio, questa volta fra connazionali.
 
Su quanto odio si poserà il nostro sguardo, di quanti altri volti clandestini sentiremo parlare, quanti altri racconti come quello di Augias leggeremo, e quanti se ne stanno già scrivendo?
Se un modo per lasciarsi alle spalle l’odio e l’ignoranza che ruota attorno ad esso c’è, quello è il ricordo, la non indifferenza, lo sguardo attento che non tralascia i particolari, che non pensa che tanto è tutto inutile, che non scorre insieme alla “massa amorfa” che, come un fiume impazzito, vorrebbe travolgere tutto e tutti.