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01 marzo 2010

Monologo Interiore di un "Io"



 E. Hopper, "Sheridan Theatre"
"Non si può giudicare il modo in cui una persona ne ama un’altra.
Voi invece lo avete fatto, lo fanno tutti.
Tutti a dire che l’amicizia dura per sempre, mentre gli amori vanno e vengono, un amico ti sta accanto nel momento del bisogno, un uomo invece non c’è sempre per te, che fai, ancora credi nel Dio Amore?
A voi che pensate questo e accanto avete qualcuno che dite di amare, a voi chiedo di riflettere sul vostro amore.
Morireste per lui o per lei? Vivreste ogni giorno della vostra vita insieme come se fosse l’ultimo? Perché sapete, io penso che il domani non lo si conosca mai abbastanza, se c’è una cosa che ho imparato dai telegiornali è che un maledetto fulmine, una maledetta automobile impazzita può cancellare ogni tuo desiderio di vivere in pochi istanti, il tempo di dire addio al mondo.
Io non credo in nessun Dio, in nessun Destino, neanche al Caso. Credo che ci sia un ordine che dipende dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni ed indecisioni, dalle nostre non decisioni, dalla nostra indifferenza.
Ogni giorno noi facciamo qualcosa, ci alziamo dal letto, andiamo in bagno a guardare una faccia arruffata davanti allo specchio, corriamo verso un ufficio, un’aula accademica, un’auto, un’aula scolastica, un’altra auto, un bus, un ladro, un assassino, un benefattore, un dio, un cane, un gatto, corriamo verso un desiderio, un qualcosa che ci prenderà a schiaffi, qualcuno che ci pugnalerà alle spalle, un sorriso, un sì, un no, un forse.
Tutto questo ci cambia il corso della vita, perché ogni istante è fatto di bivi, quante possibilità ci offre vivere allora? Ed ecco che è necessario essere convinti di qualcosa, credere in qualcosa, avere un punto fermo, il centro che regola tutto, la guida nell’esplorazione del bivio, il sole del proprio cuore.
Io non credo neanche nella Certezza. Chi me lo dice che l’amicizia non possa andare e venire proprio come l’amore? Il punto è costruirsi delle certezze.
E allora la mia stella può essere il mio Lui, lui può essere il mio tutto, tutto il resto è un contorno.
È semplicemente un punto di vista che non coincide con quello degli altri. Non parlo di priorità, di chi è più importante e di chi è meno importante.
L’amore lo cerchi per tutta la vita ed è raro sentirlo pulsare come se fosse il proprio cuore. Arrivati a questo punto non si tratta più solo di due persone, ma di due organi vitali che coincidono, ogni tratto che si incontra appartiene all’altro e lo irrora di vita.
Come si può giudicare il modo in cui una persona ama un’altra persona?"
Ilaria Pantusa
-Esercizio di stile-

16 novembre 2009

Frammenti

"In Passato l'amore non esisteva. Il sesso era un qualcosa di sporco, di basso, non si conciliava con l'amore. Era piacere fisico, non dell'anima.
Se l'amore esisteva, viveva negli sguardi proibiti, nelle carezze nascoste, nelle parole sigillate sulla carta.
Se il sesso era unione di due corpi, ma anche di due anime, era totalità da tenere avvolta in calde coperte di lana, esplosione di energia da attenuare, sudori da tamponare immediatamente, gesti scambiati in tumultuosa fretta.
Quando l'amore si manifesta in questo Presente da cui difenderlo, lo si vuole racchiudere in un mondo enorme, eppure piccolo, eppure per due".

("Frammento di fine Aprile")


"Il pesce stava lì ed osservava la piccola cavità rocciosa che si apriva davanti a lui. 
Sulle sue squame graffi e tagli. Chissà quanti pesci come lui erano sopravvissuti alla Natura e poi,
per il Destino beffardo, erano finiti sulle nostre bramose tavole.
Silenzioso e rapido, il pesce entrò nella cavità, al suo posto qualche bollicina e la trasparenza dell'acqua".

("Frammento di un giorno di Dicembre")

"Il senso di colpa la opprimeva. Arrivava puntuale a renderle impossibile la digestione del più piccolo e comune errore. Capitava che ripensasse continuamente a quando aveva salutato una mamma all'uscita da scuola credendo fosse quella di un suo amico e invece si era sbagliata, convinta di aver commesso un errore imperdonabile.
Soffriva profondamente quando veniva richiamata dagli insegnanti per il suo perdersi in silenziose osservazioni sui gessetti colorati e sulle scritte che ci avrebbe fatto alla lavagna solo per usarli. E lei si puniva pensandoci, riflettendoci, immaginando tutti i modi per affrontare la situazione, per farsi perdonare, fino a cadere in un circolo infinito in cui si sentiva trafitta da lame freddissime e mestamente grigie.
Pensare ossessivamente era la forma di autolesionismo da lei prediletta. 

Era sicura che da un momento all'altro il suo corpo sarebbe sfumato come per magia, e di lei sarebbe rimasto l'aleggiare di un continuo pensare, che ad un attento ascolto si sarebbe sentito nel vento ed anche nel pallore della rara nebbia mattutina".

("Frammento di ieri, 13° giorno di Maggio")




Ed oggi volevo scrivere d'amore.


"Frammenti", Carlo Accardi, 1954