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25 marzo 2012

Antonio Tabucchi. La nostalgia dell'irreversibile


Come descrivere ciò che ho provato quando ho letto della morte di Antonio Tabucchi? Sgomento, dolore, rimpianto, tristezza? Non bastano queste parole, se non si è coinvolti non si coglie il significato delle parole usate per descrivere un’emozione. Potrei trascrivere ciò che ho esclamato, ma mancherebbe l’intonazione, e si sa, nella comunicazione i fattori prosodici sono essenziali per far recepire il messaggio con chiarezza.
Io Tabucchi l’ho conosciuto nel 2008. Non dico personalmente, ma nel modo in cui conosci uno scrittore, leggendo le sue parole. Quell’anno, un giorno mi sono svegliata, ho detto “ho voglia di leggere un bel libro”, ho deciso che mi sarei fatta guidare dall’ispirazione, e ho preso in prestito “Sostiene Pereira”. Uno dei libri più belli mai letti. Uno stile formidabile, una storia coinvolgente, emozionante. Ricordo che lo stavo leggendo in aereo durante il viaggio in Andalusia con la mia classe, era la gita del 4° anno di Liceo. Ricordo che ero rimasta incantata da quella ripetizione ad ogni inizio e fine di capitolo dell’espressione “Sostiene Pereira”, ricordo quanto mi fossi affezionata a quel personaggio, così profondo, così umano: parlava con la fotografia della moglie morta, perché gli mancava, perché era strano. Un personaggio coraggioso però, ma non sto qui a spiegarvi il perché, altrimenti vi rovino il finale.
E poi, nel 2010, per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea, dovevo scegliere 4 libri da leggere, e tra questi c’era anche il suo “Notturno Indiano”. L’ho comprato, mi piaceva già il modo in cui era stato realizzato. Piccolo, con la copertina blu tipica di “Sellerio Editore Palermo” (se avete letto Camilleri sapete di cosa parlo), leggero. Ma sapevo di avere tra le mani un grande libro. Mi ci ero già imbattuta il 20 aprile del 2009, quando al corso di scrittura creativa il professore Carini ci diede l’incipit di questo romanzo, chiedendoci di continuarlo a nostro piacimento. Chiaramente quello che uscì fuori non era neanche paragonabile a ciò che avrei letto più di un anno dopo. “Notturno Indiano” è un viaggio nelle stanze degli hotel, nelle sale di ospedali, nelle strade dell’ India, ma soprattutto è un viaggio alla ricerca e scoperta di sé, tante immagini essenziali che però rimangono ben fisse nella mente. Quando penso all’India penso automaticamente a questo libro, è come se ci fossi stata anche io. E quando un’opera letteraria ti fa viaggiare sull’ onda delle sue parole, delle sue pagine, non puoi non concludere che quella è una grande opera e che chi l’ha scritta rimarrà nella tua storia personale e in quella culturale. Ma ciò che Tabucchi ha fatto per me non si riduce solo a questo: lo scorso anno all’Auditorium Parco della Musica ho avuto il privilegio di partecipare alla giornata dedicata a lui nell’ambito della manifestazione “Libri Come”. Ad un certo punto  ha parlato della “Nostalgia dell’irreversibile”. Ho riflettuto tanto su questa espressione, su cosa volesse dire per me, ma non sono ancora arrivata ad una conclusione. I grandi scrittori smuovono gli ingranaggi della mente, e lui lo ha fatto.
Antonio Tabucchi, per questi motivi, a poco a poco è diventato importante nella mia vita. So che è stato così anche per altri lettori, e questo è perché Tabucchi era un intellettuale di grande spessore, uno scrittore straordinario. Oggi ci ha lasciato qualcuno a cui la morte non imporrà mai il suo silenzio. 

 

11 novembre 2009

Quello che il mattino è


Ci sono quelle mattine che iniziano bene ed altre che sono un disastro. Poi ci son quelle che non sanno farsi giudicare, perché sono un po' come la vita, alti e bassi.
Questa notte mi sono addormentata ripensando al pomeriggio appena trascorso. Non è stato facile bloccare il flusso di pensieri neri, quelli che appena sei felice punzecchiano la tua testa per far sì che essa diventi pesante, pesante proprio come quando mi lamento e mi piango addosso, pesante come me quando non riesco a vedere il polo positivo di ciò che accade, pesante come me quando non voglio uscire perchè se no mi preoccupo. Di cosa? Del mondo, di me, di nuovo del mondo e ancora di me.
Alla fine però mi sono addormentata ridendo del geniale Bukowski, che, non lo sapeva, ma aveva fra le mani il senso della vita, di una vita un po' cruda, un po' ironica, un po' fredda e un po' persa. I suoi personaggi almeno non stanno fermi, cercano comunque qualcosa. Loro, anche se in fondo, la luce ce l'hanno.
Mi sono addormentata pensando al nostro pomeriggio, pensando che è vero, quano ami qualcuno è meraviglioso vederlo dormire, lo vedi in tutte le sue dimensioni. Ciò che era, ciò che non è, ciò che è per te, ciò che sarà e ciò che forse sarà. Allora ho visto il suo cuore palpitare nei movimenti delle palpebre, negli scatti involontari, nei baci che mi ha dato da mezzo addormentato, nel calore delle sue mani e delle sue braccia che mi hanno stretta, nella sua presenza, nella forma di sè che ha lasciato sulle mie coperte, nella forma di sè che ha lasciato nei miei occhi.
La notte è quindi arrivata sotto forma di sogno, avevo delle sopracciglia perfette, forse scoprivo qualcosa di importante, poi non ricordo. 
Ci sono quelle mattine che iniziano e non sai né come né quando hanno avuto inizio, allora prendi la decisione di entrare a lezione un'ora più tardi e più tardi decidi di non andare proprio all'università. La scusa è che vuoi dormire e sentirti protetta dal caldo delle coperte, riposare la mente perchè ne ha sempre più bisogno.
Da qui iniziano i sogni che fanno sì che la mattinata dalle 11 e 30 in poi abbia un po' di pieghe, un po' di impronte sporche. Lo show onirico si apre con un individuo nascosto nella penombra della mia stanza che, con una spillatrice in mano, minaccia di squartarmi, io che mi spavento e rimpiango di non essere andata all'università. Nel sogno però mi riaddormento di nuovo e puff, sparisce anche lo strano individuo.
Ma è quando ti alzi dal letto che capisci che è mattina, anche se non sai se diluvia o se c'è il sole.
Ho pensato alla mattina quando ho deciso di prepararmi il cappuccino, invogliata da bustine di zucchero aromatizzate. Avevo scelto l'aroma di cacao e l'aroma di nocciola. Ero felice mentre preparavo il cappuccino, un po' meno quando ho assaggiato la bevanda zuccherata. Un sapore disgustoso, ho dovuto versare il tutto nel lavello e mi sono arrabbiata con me stessa per il latte e per il caffè sprecati. Maledetta curiosità, maledette bustine di zucchero aromatizzato, maledetti articoli di giornale che leggi di prima mattina e hanno come protagonista Belpietro che vorrebbe condurre un programma su Rai Due per contrastare Santoro, maledetti articoli in cui ti imbatti e in cui leggi di Berlusconi che a causa dei suoi impegni di presidente del consiglio non può farsi PROCESSARE. La soluzione è talmente semplice! DIMETTERSI e lasciare il posto a chi si occupa di noi e non dei propri affaracci.
Una mattinata però può anche migliorare. Biscotti tritati e cucchiaiate di Nutella, il mio gatto che vuole salire sul pc, musica bella, il mio uomo che tra poco verrà a trovarmi, i miei calzini con la mucca, io ancora in pigiama, le poesie per la casa editrice, chiamare giornalisti, quello che voglio fare nella mia vita.