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11 ottobre 2012

Futur. Mi hanno tagliato la “o” finale perché c’è la crisi, leggere per credere.


Torno dall’università dopo aver sostenuto l’ultimo esame della sessione e quindi, finalmente, trovo il tempo per dare spazio alle mie incazzature. La molla che fa scattare in me quel qualcosa che poi mi spinge ad ammorbarvi, cari lettori, è quasi sempre quella, la beneamata rabbia.
Oggi si parla di Futuro, che è sempre al centro delle mie riflessioni. Voglio però parlare di quel Futuro scritto sui manifesti palpitanti sdegno alle manifestazioni, quel Futuro compresso in uno slogan, che non è solo un insieme di parole vuote, buone solo per essere gridate. Il Futuro ce lo stanno togliendo, rovinando, strappando, TAGLIANDO. Piace tanto ai media e alla politica usare la metafora del taglio, la proverbiale sforbiciata che ci farà uscire, lembo in meno dopo lembo in meno, dalla altrettanto proverbiale crisi economica in cui versiamo. E con la scusa vediamo a poco a poco venir meno quello che un passato quanto mai lontano da noi aveva conquistato. I diritti. Il diritto al lavoro, quello ad uno stipendio dignitoso, quello alla salute, quello alla cultura, all’istruzione e ultimo, ma non ultimo, quello al tempo libero.

E a proposito di cultura e tempo libero, sposto il mio discorso dal generale al particolare, per arrivare a quello da cui sono partite le ragnatele dei miei pensieri. Ho letto sull’Espresso che le Biblioteche sono in crisi nera (qui), sembra che alcune non erogheranno il servizio e altre dovranno ridurlo. In altri casi alcune hanno già chiuso. Non credo che debba essere io a spiegare quale sia l’importante funzione delle biblioteche, però sintetizzo così, prendendo in prestito le parole di Pennac: “[…] C’era la lettura. Non sapevo, allora, che mi avrebbe salvato”.  Non è necessario raccontare la mia esperienza di lettrice, né quella di Pennac, basti sapere che entrambi abbiamo avuto una storia scolastica, nel mio caso dal 1° al 3° anno di Liceo, non proprio rosea. Le difficoltà abbondano nel percorso della vita così come in quello scolastico, e per quanto mi riguarda, la passione per la lettura mi ha aiutata a farmi forza e a trovare il mio obiettivo, il mio unico e vero sogno in quella matassa di desideri che ero a 16 anni. E se non avessi avuto le biblioteche del Comune di Roma a portata di mano, non avrei mai potuto leggere tutti i libri che volevo, dato che i libri comunque costano, e neanche poco. E quindi mi chiedo, come faranno i figli di questa crisi, i figli del sistema scolastico stuprato (no, non sono paroloni: le classi strapiene di ragazzini, condizione naturalmente fuori legge, gli stipendi bassi dei docenti, i continui tagli alle risorse per l’istruzione), come faranno i miei futuri pargoli e quelli che nasceranno in famiglie in cui l’interesse per la lettura (e in generale per la cultura) scarseggia a “salvarsi”?
Il Futuro ce lo state riducendo in brandelli, fra poco perderemo anche le lettere necessarie per pronunciarlo questo Futuro.

19 giugno 2012

Io sapevo cosa avrei fatto da grande, ma ora?


La differenza tra me e una qualsiasi altra persona che vive in questo mondo la fa la capacità di scegliere cosa è meglio per sé. Se io sapessi cosa voglio partirei avvantaggiata. Questo pensavo a 19 anni appena compiuti, quando a pochi giorni dagli esami di maturità sapevo già in quale università mi sarei iscritta, in cosa mi sarei laureata e cosa volevo fare da grande. Un anno dopo scrivevo per un giornale e i primi esami all’università erano andati bene. Sono passati tre anni da quelle scelte e dai conseguenti risultati e mi ritrovo un passo indietro rispetto ad allora. Sono sopraggiunte le inevitabili complicazioni del caso e, credetemi, io la forza per andare avanti ce l’avevo, ma ora, devo ammetterlo a me stessa, sono stanca. Ciò in cui credevo sta appassendo, mi sento confusa e disarmata, tutto va a rilento e non c’è quasi nulla che risvegli in me la fiducia verso il futuro. Ogni tanto mi viene qualche idea per un racconto o per un romanzo, ma sono tutti progetti che restano tra i miei pensieri nebulosi, così mi dico che ci penserò dopo gli esami e lascio ai 160 caratteri di un sms salvato tra le bozze i personaggi e le storie di un possibile romanzo.
Il mio desiderio più grande, ora, è quello di essere una donna soddisfatta e felice perché ha saputo compiere le proprie scelte e ha saputo far crescere ciò che ha seminato. Non voglio ritrovarmi tra qualche anno a pensare alla mia vita come ad una selva oscura, farmi trascinare dai venti del caso, perdere il controllo del timone, incespicare nel timore degli errori, dimenticare come ci si sente quando si fa qualcosa per passione, non sapere più cosa sono i sogni e l’amore per essi.

30 dicembre 2010

Buoni propositi


Ecco l'unico punto a cui voglio giungere con tutta me stessa, non solo quest'anno, ma nel corso di tutto il resto della mia vita...
"Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio"
(Italo Calvino, Le città invisibili, pag. 164).
E non lo auguro solo a me, ma a tutti coloro che, da qualche anno o solo da qualche mese, hanno deciso di cercare e di saper riconoscere il non-inferno insieme a me.

12 novembre 2010

Le tre vedove


Ecco un altro "esercizio di stile", improvvisato quasi due anni fa durante il famoso corso di scrittura creativa. Questa volta dovevo "animare un quadro": Les Alyscamps del grandissimo Gauguin. Buona lettura e buona visione, è il caso di dirlo.

http://www.fabulousmasterpieces.co.uk/USERIMAGES/Les_Alyscamps.jpg

Tre donne, tutte e tre sorelle, tutte e tre vedove, passeggiavano lungo un piccolo e limpido fiumiciattolo, adagiato su di un lieve pendio di collina.
Le tre, Charlotte, Annette e Roxette parlavano dei bei tempi in cui si divertivano coi loro bei mariti all'ombra degli alberi alle loro spalle.
"Ricordate quando Jacque, per farci ridere, si è andato a buttare proprio qui, in queste acque e ci stava per affogare?" disse Charlotte e le altre risposero all'unisono con risate squillanti.
"Che bei fiori che gli hai portato Roxette!" Affermò Annette. "Il fioraio me li ha fatti pagare la metà. A mio parere ha delle mire". E le altre scandalizzate cominciarono a farfugliare che no, lei è una donna in lutto, la dignità, il rispetto verso Pierrot, Pierrot che era così gentile, Pierrot che era così simpatico, "Pierrot l'ho tradito una volta da quando se n'è andato", disse Roxette, "Pierrot mi manca tanto", disse Roxette, le altre in silenzio, a rintanarsi nel ricordo dei loro mariti, per non ascoltare la sorella indegna, che già volgeva lo sguardo agli alberi verdi che sapevano di primavera.
 
(30/03/09)
 
Ilaria Pantusa




20 agosto 2010

Sul ponte sventola bandiera bianca


Poveri stupidi. Questi fastidiosi ecologisti, ambientalisti, animalisti, sempre ad intromettersi tra le comodità altrui! Eh già, voi che parlate così, mi è capitato di ascoltarvi, voi che l’adolescenza l’avete passata da un po’, magari avete già dei figli e una carriera avviata, oppure no, ma la vostra idea del mondo è ben piantata nell’illusione che negarsi la possibilità di cambiarla quell’idea sia da deboli, da stupidi. Ebbene, voi che siete nati o cresciuti nel periodo in cui il boom economico non aveva saturato l’aria delle vie in cui stendevate i panni o potevate ancora giocare a palla perché le auto erano poche, voi che siete nati e cresciuti un po' più tardi, in quegli anni di piombo in cui l’aria cominciava a pesare proprio come il piombo, voi siete coloro con cui sono più arrabbiata. E parlo di rabbia generazionale, non di questioni personali. Infatti il mondo come è oggi ha il cancro. Quest’ultimo si chiama smog, si chiama sfruttamento delle risorse naturali, si chiama avere più del necessario, si chiama spreco, si chiama NOI.
 
Voi siete imperdonabili. Nel vostro piccolo potevate fare molto, come ad esempio educare i vostri figli al rispetto per l'ambiente, a non farsi rimbambire dalla tv, a non utilizzare l’auto per un percorso breve quanto una passeggiata di 10 minuti. E invece no, neanche adesso che avreste la possibilità di cambiare abitudini e di chiedere scusa al futuro, non fate altro che volere il ponte sullo stretto, le centrali nucleari e l’ennesimo centro commerciale con annesso parcheggio. Ed io e le generazioni che verranno saremo qui a respirare nuovi tumori e a vedere meno colori, tentando di fare comunque qualcosa, mentre “sul ponte sventola bandiera bianca”.
(Stretto di Messina)
Davvero vale la pena distruggere una tale meraviglia, deturpare un paesaggio così unico e splendido?
 
P.S. Essendo un’acerrima nemica delle etichette, non pensiate (giammai!!!), che io sia ambientalista, ecologista, animalista e “bacchettonista”. Sono semplicemente una persona che rispetta l’ambiente, la vita e che dunque tenta, con gli unici mezzi che possiede, di far capire che la direzione che stiamo prendendo non è la più giusta, ma solo la più dannosa. Nonostante le comodità.

08 giugno 2010

Rabbrividisco al solo pensiero


Questo pomeriggio ho deciso di studiare fuori, in terrazzo. L’aria era fresca, l’odore dei fiori intenso. Le voci dei bambini e degli adulti troppo forti. Ad un certo punto ho sentito un bambino di non più di 8 anni gridare un sonoro “vaffanculo” verso qualcuno o qualcosa. Mi aspettavo che venisse ripreso, che gli si dicesse qualcosa. Ma non è successo nulla. Poco dopo altre voci, un bambino di 2 anni che rideva ed un ragazzo che guardava verso il basso dicendogli “Eh mo’ so cazzi tua, il ciuccio non lo puoi prendere perché l’hai fatto cascà de sotto”. Ho rabbrividito al solo pensiero che tutti gli adulti possano rivolgersi così a degli esseri così piccoli e ancora sostanzialmente buoni. E ad un tratto mi si è chiarito tutto. Mi chiedevo come siamo arrivati al punto di distruggere la scuola pubblica, le risorse culturali, l’ambiente. La risposta è molto semplice. Non gliene frega più niente a nessuno di ciò che sarà per il futuro di questo paese. L’importante è solo quel maledetto oggi, adesso. O al massimo domani, perché la speranza che le successive 24 ore portino a qualcosa di migliore c’è sempre. Ma il pensiero di ciò che sarà fra 10, 15 o 20 anni non sfiora la mente di nessuno, a quanto pare. Ed ecco che allora lasciamo quasi passare inosservato un emendamento, il 1707, che determinerebbe una pena minore (non è necessario l’arresto) per chi compie atti di violenza di lieve entità nei confronti dei minori. L'emendamento è stato però ritirato proprio oggi, un sospiro di sollievo. Resta il fatto che stiamo crescendo una società che non si occupa più dei suoi figli e dei suoi nipoti. Il linguaggio che si usa con loro è violento, i gesti compiuti davanti a loro anche e quando parlano non li si ascolta davvero. Basta che stiano davanti alla tv. E se poi fanno qualche danno a scuola, non importa di quale entità sia, tanto la maestra ha sempre torto e i propri figli hanno sempre ragione. Questo sarebbe il modo giusto di educarli? Sarebbe questa la modernità familiare di cui si parla tanto? È questo il modo di prendersi cura dei propri bambini? Rabbrividisco al solo pensiero.