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28 novembre 2009

1° Marzo, sciopero dei lavoratori immigrati anche in Italia!



 
Sulla metropolitana, oltre ad osservare la frenesia dei propri concittadini, è interessante anche leggere il classico giornale gratis per ammazzare il tempo fra una stazione e l'altra.
E mentre questo tempo lo si abbatte a suon di parole, ci sono notizie che fanno nascere considerazioni.
Come quella che riguarda gli immigrati in Francia, che lì vivono e lavorano e che hanno indetto per il 1° Marzo uno sciopero.
Proprio così, per un’intera giornata gli immigrati, i “nuovi francesi”, né lavoreranno né faranno acquisti. Loro vogliono difendere la loro dignità dagli attacchi razzisti del governo (si vede che Italia e Francia sono “cugine”, eh?), vogliono educare un sistema che troppo spesso approfitta della loro disperazione, della loro umiltà.
E qui in Italia quanti “nuovi italiani” vorrebbero riacquistare la loro dignità?
Ed ecco che allora ho pensato che sarebbe bello se gli stranieri che lavorano facessero la stessa cosa, mandassero in tilt un sistema che, con l’arroganza di un bambino viziato,  usa queste persone e le sminuisce.
Su Facebook è già nato un gruppo volto a diffondere l’iniziativa anche nel Bel Paese. Il nome del gruppo è “Primo Marzo 2010 primo sciopero italiano degli stranieri”. I fondatori sperano che l’iniziativa superi i confini del web e arrivi nelle piazze, diventi realtà.
Così, mentre la Lega Nord si sgola per far sì che agli immigrati siano consentiti solo 6 mesi di cassa integrazione (dato che il lavoro di un italiano vale più di quello di un albanese, giusto?), qualcosa si sta muovendo, perché la dignità di 4 milioni di lavoratori stranieri vale più di un sistema che rischia la paralisi.

Se l’iniziativa vi interessa, ecco il link per iscriversi al gruppo:http://www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&ref=search&sid=1195807305.1971973350..1&v=info#/group.php?v=wall&ref=search&gid=208029527639

14 novembre 2009

"Lo Straniero"


Facile sentirsi stranieri. E’ come vivere continuamente percorrendo un’autostrada, terra di nessuno, o forse solo dei cartelli con le indicazioni.
Capita di sentirsi stranieri anche nella propria città, quando si è parte di una grande “massa amorfa” che non guarda da nessuna parte, perché lo sguardo lo posa sul proprio vuoto. Ed è proprio quando ci si rende conto dell’inconsistenza di quest’accumulo di individui tutti simili, perché tutti similmente persi nello stesso vuoto, che vien da pensare che si è estranei, diversi, stranieri. E’ una sensazione decisamente improvvisa, una sorta di epifania, come un lampo che attraversa un pensiero, che scuote lo sguardo e lo risveglia.
Capita che poi lo sguardo vigile, attento, vada a posarsi sulle scritte, sui disegni, sui simboli che, per sfogo o per ispirazione coraggiosamente idiota, qualcuno ha lasciato sui muri. Lì non si parla solo di amore. Ci sono grida di protesta, dichiarazioni politiche, sintesi di opinioni, dimostrazioni di odio. E allora si legge di rumeni da cacciare via e di zingari da bruciare, con accanto una svastica o una croce celtica a decorare il tutto.
Ora quello sguardo ha la possibilità di pensare. Può pensare, ma sì, bruciate tutti; Può pensare, ah, il solito teppista, e poi può non far nulla.
Oppure può cominciare a riflettere.
Potrebbe rievocare le parole di Guccini, che in “Auschwitz” afferma che l’uomo non imparerà mai a vivere senza ammazzare, che la belva umana non si è ancora accontentata di tutto il sangue già versato. “Saremo sempre a milioni / in polvere qui nel vento”. E quanti Primo Levi si domanderanno “Se questo è un uomo”? Quante parole per asciugare, tentare  di assorbire, tutto l’odio versato? E scorrono negli occhi le immagini dei notiziari, i volti dei clandestini appena sbarcati sulle coste italiane, i disperati in cerca di vane speranze su cui i tanti anonimi ed orgogliosi autori di scritte sui muri dispensatrici di odio razziale si sfogano.
Gli italiani, dicono, sono persone accoglienti e affidabili, sempre pronte a rivolgere sguardi gentili ai turisti col portafoglio pieno. Però come è facile lanciare sguardi di diffidenza verso il venditore ambulante nero, povero e probabilmente ultimo di una catena di mal affari tutti di casa nostra.
Lo sguardo sveglio in questo caso potrebbe cantare le parole di Caparezza, il quale nella sua “Vieni a ballare in Puglia” afferma che “ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati”. Chissà quanto fanno male quegli sguardi di odio e diffidenza. Almeno quanto i carri armati o i bombardieri di cui parla Brecht. Come dice il poeta e drammaturgo tedesco, “l’uomo fa di tutto”, e come ci insegna la Storia, egli è in grado di porsi contro un suo concittadino, connazionale, contro suo fratello, se si pensa alla leggenda di Romolo e Remo.
L’uomo è in grado di torturare, violentare ed ingravidare donne solo per generare altro odio, altro sangue, come racconta Augias in un articolo di Repubblica in cui parla della guerra in Bosnia.
Un’immagine su tutte racchiude l’orrore a cui quello sguardo sveglio sicuramente non è indifferente: “Guernica” di Picasso racconta la guerra civile in Spagna. Occhi sbarrati, tonalità dal grigio al nero, volti urlanti contro il cielo ed ecco il terrore e lo squallore dell’odio, questa volta fra connazionali.
 
Su quanto odio si poserà il nostro sguardo, di quanti altri volti clandestini sentiremo parlare, quanti altri racconti come quello di Augias leggeremo, e quanti se ne stanno già scrivendo?
Se un modo per lasciarsi alle spalle l’odio e l’ignoranza che ruota attorno ad esso c’è, quello è il ricordo, la non indifferenza, lo sguardo attento che non tralascia i particolari, che non pensa che tanto è tutto inutile, che non scorre insieme alla “massa amorfa” che, come un fiume impazzito, vorrebbe travolgere tutto e tutti.