23 luglio 2010

Un istante di sole dorato



(Kandinsky, Autumn in Bavaria)

Camminare per strada col tuo odore addosso, saltellare quasi per evitare un’auto mal parcheggiata e sorridere mentre canto di un sole dorato e stono. Penso che il viale alberato sia bellissimo nell’ora che precede il crepuscolo.
Sollevare le braccia e ancora cantare oltre tutto ciò che di amaro c’è, sentirmi riempita dal tuo sapore e sapere che chi ancora mi circonda splende come il nome bellissimo di quella canzone. Allungare la strada che mi porta a casa solo per poter danzare ancora con quell’istante di armonia.
“Never a frown with Golden Brown”
Ilaria Pantusa

18 luglio 2010

L’allegoria del Passato che si era staccato dal muro


 
("Morning Sun", Edward Hopper, 1952, olio su tela)


Mi ritrovo una mattina inseguita dal mio gatto in ogni cambio di scena, in ogni gesto e mi chiedo perché sono ancora sveglia con lo sguardo rivolto al passato e a ciò che è passato forse per sempre. Mi sgrido, perché i miei errori sono imperdonabili, anche quando è la Felicità la responsabile. I miei capelli sono diventati più chiari intanto e il sole è sorto come sempre accompagnato dal cinguettio degli uccelli. Ma io sono arrabbiata. Quel Passato si ripete ed ormai potrebbe essermi indifferente e potrei rinunciare a sperare che la Prossima Volta le cose saranno diverse, se non fosse per la Felicità, che dà un valore aggiunto a tutto, anche ai pezzi che perdo per strada. Fuori voci sorridenti di bambini che giocano coi nonni, il sole si alza, ma ancora non è bollente. E poi lo scorgi quel passato. Ti torna fra le mani staccandosi da un muro, lo vedi coi tuoi occhi e pensi che ti aspetti troppo dagli eventi. In questo ho sbagliato. Dovevo saperlo che un evento come quello avrebbe scatenato reazioni contrastanti, sbalzi climatici, cadute di governi, crisi economiche, guerre mondiali, l’infrangersi del vetro, vetro che avevo scambiato per un diamante, ma che in fondo sapevo non avrebbe retto alla Rivoluzione che si scatenava dentro me, quella dolce tempesta che accompagna i miei giorni più vivi. Anche il mio gatto ha preferito non disturbare la mia solitudine. Mi chiedo perché il Passato non fa altro che invaderla.
Ilaria Pantusa

08 giugno 2010

Rabbrividisco al solo pensiero


Questo pomeriggio ho deciso di studiare fuori, in terrazzo. L’aria era fresca, l’odore dei fiori intenso. Le voci dei bambini e degli adulti troppo forti. Ad un certo punto ho sentito un bambino di non più di 8 anni gridare un sonoro “vaffanculo” verso qualcuno o qualcosa. Mi aspettavo che venisse ripreso, che gli si dicesse qualcosa. Ma non è successo nulla. Poco dopo altre voci, un bambino di 2 anni che rideva ed un ragazzo che guardava verso il basso dicendogli “Eh mo’ so cazzi tua, il ciuccio non lo puoi prendere perché l’hai fatto cascà de sotto”. Ho rabbrividito al solo pensiero che tutti gli adulti possano rivolgersi così a degli esseri così piccoli e ancora sostanzialmente buoni. E ad un tratto mi si è chiarito tutto. Mi chiedevo come siamo arrivati al punto di distruggere la scuola pubblica, le risorse culturali, l’ambiente. La risposta è molto semplice. Non gliene frega più niente a nessuno di ciò che sarà per il futuro di questo paese. L’importante è solo quel maledetto oggi, adesso. O al massimo domani, perché la speranza che le successive 24 ore portino a qualcosa di migliore c’è sempre. Ma il pensiero di ciò che sarà fra 10, 15 o 20 anni non sfiora la mente di nessuno, a quanto pare. Ed ecco che allora lasciamo quasi passare inosservato un emendamento, il 1707, che determinerebbe una pena minore (non è necessario l’arresto) per chi compie atti di violenza di lieve entità nei confronti dei minori. L'emendamento è stato però ritirato proprio oggi, un sospiro di sollievo. Resta il fatto che stiamo crescendo una società che non si occupa più dei suoi figli e dei suoi nipoti. Il linguaggio che si usa con loro è violento, i gesti compiuti davanti a loro anche e quando parlano non li si ascolta davvero. Basta che stiano davanti alla tv. E se poi fanno qualche danno a scuola, non importa di quale entità sia, tanto la maestra ha sempre torto e i propri figli hanno sempre ragione. Questo sarebbe il modo giusto di educarli? Sarebbe questa la modernità familiare di cui si parla tanto? È questo il modo di prendersi cura dei propri bambini? Rabbrividisco al solo pensiero.

11 aprile 2010

Un appello per salvare la Valle dei Cuccioli dalla chiusura



La Valle dei Cuccioli, situata nel cuore di Villa Borghese, tra i confini del Bioparco, è un luogo in cui i cani sono felici. E ho visto con i miei occhi la loro voglia e gioia di vivere. E’ un piccolissimo spazio circondato dal verde, ogni cane ha la sua cuccia con comodo cuscino e vive in un’area recintata, insieme ad un altro paio di suoi simili. Sono animali che hanno subito traumi, maltrattamenti, l’abbandono. Vedendoli giocare fra loro, e sentendo il loro allegro abbaiare dedicato tutto al richiamo dell’attenzione di quello strano essere che cammina solo su due zampe, non lo pensereste. Questo proprio perché gli operatori di questa struttura hanno fatto molto per loro. Infatti la Valle dei Cuccioli ha l’importante merito di reinserire i migliori amici dell’uomo nel contesto sociale, dunque metterli a contatto fra loro, fra gli uomini, dentro e fuori il recinto. Inoltre c’è una piccola area dedicata all’addestramento ed al gioco. Dal 2005 ad oggi sono stati adottati ben 436 cani.
Perché chiuderla? Perché la ASL RM A, che lavora alla sterilizzazione di tutti i cuccioli che sono passati dal canile a questa struttura dal 2005 ad oggi, proprio in questi ultimi mesi ha comunicato l’obbligo di cessazione di tutte le attività?
Si additava come causa il rischio di trasmissione di malattie tra cani e altri animali esotici presenti nel parco. Ma come è possibile? I cani sono posti in un’area molto distante da quella degli altri ospiti del Bioparco e in 5 anni non si è mai verificato nulla di simile.
Ed è proprio per l’assenza di motivazioni serie, ed anche perché la Valle dei Cuccioli è un importante ed ormai indispensabile tramite tra canile e futuro “genitore” del cucciolo, che sta girando una petizione che ha bisogno della nostra firma e della diffusione da parte di tutti noi.
Seguendo questo link,http://firmiamo.it/noallachiusuradellavalledeicuccioli, potete contribuire concretamente al bene di questi bellissimi e dolcissimi animali. Inoltre, sulla colonna a destra di “Lostinthesupermarket” troverete un banner che vi porta direttamente alla pagina della petizione.
Inoltre, consiglio vivamente a tutti quanti di andare a trovare gli ospiti della Valle dei Cuccioli, portando loro il vostro sorriso, loro daranno a voi tanta gioia di vivere ed in questo modo avrete anche l’occasione di farvi una passeggiata a Villa Borghese, che in questo periodo si svela in tutta la sua meraviglia e potrete respirare aria pulita, migliore, che “sa di verde”.

02 marzo 2010

Il Nuovo Secolo Vecchio



E. Hopper, Nighthawks
Siamo nel 2010, ma l’anima del nostro tempo è ancora impregnata dell’odore di smarrimento che si respirava a pieni polmoni nel “Secolo Breve”, un Novecento fatto di crisi, di domande senza risposte, di caduta dei valori, di progresso tecnologico e regressione civile, un secolo di guerre e distruzioni di massa. Siamo nel 2010, ma la pura e semplice realtà ci dimostra come il Tempo sia solo una convenzione, un contenitore in cui le facce dei figli, dei figli, dei figli non sono altro che lancette piegate che seguono un meccanismo che si è inceppato, ed è rimasto ancorato ad un’epoca a forma di punto interrogativo.
I grandi intellettuali dell’inizio di quel secolo si sono posti delle domande a cui allora non poteva esservi risposta. Noi ne siamo gli eredi e abbiamo il compito di risolvere quei quesiti. Ma non lo faremo mai. Non lo faremo mai perché ci siamo lasciati travolgere dall’asfalto, dal cemento, dall’odore di benzina, dalle bugie, dal nostro superomismo, dai soldi. Non lo faremo mai perché noi siamo diventati quel meccanismo che ingurgita tutto e dipendiamo da esso anche se ne siamo gli artefici.
Forse una risposta a quei grandi uomini di cultura del passato l’abbiamo data, forse la risposta è il vuoto in cui ci siamo lasciati scivolare. La risposta è la staticità. Ed ecco il diagramma piatto della nostra indignazione, il diagramma piatto disegnato dai nostri non-gesti, dai nostri non-interventi, dal nostro disinteresse. Ed ecco che il meccanismo prende il sopravvento e tutto si addormenta.
Ed il nuove secolo è un nuovo secolo vecchio.

01 marzo 2010

Monologo Interiore di un "Io"



 E. Hopper, "Sheridan Theatre"
"Non si può giudicare il modo in cui una persona ne ama un’altra.
Voi invece lo avete fatto, lo fanno tutti.
Tutti a dire che l’amicizia dura per sempre, mentre gli amori vanno e vengono, un amico ti sta accanto nel momento del bisogno, un uomo invece non c’è sempre per te, che fai, ancora credi nel Dio Amore?
A voi che pensate questo e accanto avete qualcuno che dite di amare, a voi chiedo di riflettere sul vostro amore.
Morireste per lui o per lei? Vivreste ogni giorno della vostra vita insieme come se fosse l’ultimo? Perché sapete, io penso che il domani non lo si conosca mai abbastanza, se c’è una cosa che ho imparato dai telegiornali è che un maledetto fulmine, una maledetta automobile impazzita può cancellare ogni tuo desiderio di vivere in pochi istanti, il tempo di dire addio al mondo.
Io non credo in nessun Dio, in nessun Destino, neanche al Caso. Credo che ci sia un ordine che dipende dalla nostra volontà, dalle nostre decisioni ed indecisioni, dalle nostre non decisioni, dalla nostra indifferenza.
Ogni giorno noi facciamo qualcosa, ci alziamo dal letto, andiamo in bagno a guardare una faccia arruffata davanti allo specchio, corriamo verso un ufficio, un’aula accademica, un’auto, un’aula scolastica, un’altra auto, un bus, un ladro, un assassino, un benefattore, un dio, un cane, un gatto, corriamo verso un desiderio, un qualcosa che ci prenderà a schiaffi, qualcuno che ci pugnalerà alle spalle, un sorriso, un sì, un no, un forse.
Tutto questo ci cambia il corso della vita, perché ogni istante è fatto di bivi, quante possibilità ci offre vivere allora? Ed ecco che è necessario essere convinti di qualcosa, credere in qualcosa, avere un punto fermo, il centro che regola tutto, la guida nell’esplorazione del bivio, il sole del proprio cuore.
Io non credo neanche nella Certezza. Chi me lo dice che l’amicizia non possa andare e venire proprio come l’amore? Il punto è costruirsi delle certezze.
E allora la mia stella può essere il mio Lui, lui può essere il mio tutto, tutto il resto è un contorno.
È semplicemente un punto di vista che non coincide con quello degli altri. Non parlo di priorità, di chi è più importante e di chi è meno importante.
L’amore lo cerchi per tutta la vita ed è raro sentirlo pulsare come se fosse il proprio cuore. Arrivati a questo punto non si tratta più solo di due persone, ma di due organi vitali che coincidono, ogni tratto che si incontra appartiene all’altro e lo irrora di vita.
Come si può giudicare il modo in cui una persona ama un’altra persona?"
Ilaria Pantusa
-Esercizio di stile-

02 febbraio 2010

Disobbedienza civile



Si tratta di un avvertimento, una promessa.
Visto il decreto Romani ( leggete qui --> www.analisicompleta.it/2010/02/decreto-romani-il-modo-di-mettere-in.html ) questo blog continuerà, insieme a molti altri (come lo stesso http://www.analisicompleta.it/ ), a dire la Verità ogni qual volta sia necessario. Non vi lasciamo da soli. 
Io vi chiedo di ribellarvi, vi chiedo, per una volta, di non rimanere passivi ed impassibili, vi chiedo di gridare insieme a me e a molti altri che le cose non vanno bene, che non basta essere felici e stupidi per vivere bene. Vi succhieranno il sangue e l'anima, le fabbriche stanno chiudendo e la nostra libertà la stanno limitando. Io non lo voglio, voi?
Sono gradite idee, discussioni che permettano di trovare una soluzione a questa insostenibile realtà. Vi consiglio quindi di iscrivervi a questo gruppo su Facebook:http://www.facebook.com/profile.php?ref=name&id=1195807305#/group.php?gid=206571073976&ref=ts
Se ci lasciamo sopraffare abbiamo dato loro una vittoria immeritata.

19 gennaio 2010

Cosa muove tutto questo?



Forse alla maggior parte degli italiani fa comodo quanto sta accadendo.
Il declino della cultura, il menefreghismo imperante, la corruzione dietro ogni angolo di società, i piccoli furti quotidiani, il cassiere che non ti dà lo scontrino, tu che ti dimentichi di chiederglielo perché ormai è una consuetudine, famiglie che fingono di separarsi pur di non dichiarare il vero reddito annuale, altrimenti sono più tasse, altrimenti sono meno privilegi, eh, poi come faccio a comprarmi l’ultima borsa di Gucci e l’ultimo modello di tv al plasma?
Poi c’è quella minoranza, persone oneste, lavorano e guadagnano soldi che puntualmente se ne vanno in tasse, pagamenti, il condominio, l’acqua, la spazzatura, il mutuo, e alla fine? La terza settimana del mese se ti va bene rimani con un centinaio di euro e ci campi fino al prossimo stipendio, che, anche se lavori da trent’anni sempre nello stesso posto, è sempre lo stesso di quando stavi imparando l’ABC del tuo lavoro. Anni di sacrifici e non ottieni nulla.
Ieri sera quel simpatico burlone di BRUNO VESPA aveva dietro di sé una scritta meravigliosa, d’effetto (l’effetto consiste nel cadere a terra e rotolarsi dalle risate, se si ha senso dell’umorismo, chiaro, altrimenti dritti in bagno a vomitare rabbia e amarezza), d’effetto dicevo, e recitava: “Esiliato o latitante?”. Domanda da un milione di €, di chi si parlava? Di Dante, di Foscolo, di Cicerone, direte voi. E invece no! Sta qui l’indole comica dell’avvoltoio. Si parlava di Craxi gente! Sì, proprio quel grande statista che i nostri cari politici stanno tentando in tutti i modi di riabilitare. Craxi visse i suoi ultimi anni da latitante ad Hammamet ed i motivi di questa sua latitanza credo che siano noti a tutti.


Inoltre, in qualche modo, il grande statista continua ancora a rubare:
La Fondazione Craxi, creata il 18 Maggio 2000 con l’obiettivo della «tutela della personalità, dell’immagine, nonché del patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi»,riceve ogni anno il contributo statale dal Ministero della Cultura.
Ciò che mi sconvolge è il modo in cui siamo arrivati a questo, il motivo per cui ci siamo arrivati. Come è possibile riuscire, in una maniera neanche troppo subdola, a cambiare la realtà dei fatti, a violentare la verità in una maniera così bruta.
Possibile che siamo tutti rincoglioniti?
Cosa c’è di così potente che ci comanda? In nome di cosa state distruggendo il nostro futuro, la nostra integrità morale. Io non credo che per fare politica bisogna essere ricattabili, io non voglio credere che per fare giornalismo bisogna accettare dei compromessi, io non credo che l’Italia sia solo questo. E allora perché nessuno si fa sentire? Cosa è che muove questi giochi sporchi?
Questo paese sta annegando e lo urla in tutti i modi, le fabbriche chiudono, noi ragazzi, solo perché a vent’anni ancora viviamo con i nostri genitori, siamo definiti “bamboccioni”, un termine che nasconde una grande profondità intellettuale d’altronde. Caro Brunetta, ma tu lo sai perché io ancora non posso andarmene via di casa? Hai una pallida idea di cosa voglia dire NON guadagnare 20.000 € come te ogni mese? Sai cosa vuol dire la parola onestà?
Viviamo in un paese in cui ragazzini di 14/15 anni credono che la strada giusta da intraprendere sia quella che porta in uno studio televisivo, dove basta che mostri la tua incredibile stupidità e sei ben accetto.
Di chi è la colpa? Cosa muove tutto questo?
Io sono curiosa di scovare tutti i meccanismi, qualche giornale me ne può dare l’opportunità?
Lo ripeto, cosa muove tutto questo?

29 dicembre 2009

Ci vuole coraggio in Italia...



“[…]L’Italia è così. Dimenticate l’Italia di Dante. Dimenticate l’Italia di Verdi. Dimenticate l’Italia delle vostre fantasie. Benvenuti nell’Italia che definisce una retata contro gli immigrati ‘Operazione Bianco Natale’, nell’Italia che dichiara che il Presidente degli Stati Uniti ha una bella tintarella, la stessa Italia che poi si mette anche a ridacchiare di queste cose.»”
Martin Ketlle conclude il suo articolo con questa frase (l’articolo completo potete trovarlo qui:
Leggere l’amarezza di questo giornalista mi ha fatto pensare alla mia di amarezza, quella di una diciannovenne che sogna di vivere la sua vita scrivendo storie da leggere per pensare, che sogna di diventare una brava giornalista, una che scopre verità nascoste e le mostra al mondo, senza aver paura di ricevere minacce o di essere imbavagliata da un compromesso.
Mi fa male pensare che dall’estero ci guardano con sguardo sprezzante, di disgusto, per una colpa che io non ho, che molti altri non hanno.
I cosiddetti adulti si lamentano continuamente dei cosiddetti giovani, sempre sbandati, sempre a cercare i soldi da mamma e papà, sempre a pretendere senza poi dare, senza ideali, senza valori, che hanno dimenticato cos’è il rispetto.
L’imbecillità di questi discorsi mi lascia a bocca non aperta, spalancata. A voi che state leggendo chiedo di farvi una piccola, semplice domanda. CHI ha educato questi giovani, CHI li ha cresciuti, CHI ha dato loro questa imitazione di futuro?
Io sono arrabbiata con chi mi ha lasciato un mondo del genere, io sono furiosa verso chi ha fatto sì che i miei coetanei sappiano dire solo “chi se ne frega, tanto a me che mi fanno?”, io sono stufa di sentirmi così impotente. Impotenza. Termine che non designa solo una deficienza sessuale. L’impotenza è quella sensazione che si prova quando i propri sforzi vengono considerati nulli a causa dell’indifferenza, l’impotenza riesce a rosicchiare uno spirito combattivo, addirittura la rabbia.
Mi sono sentita impotente quando ho letto questo articolo, mi sono sentita così anche quando ho visto il film-documentario “Videocracy”, mi sento così ogni volta che qualche parlamentare apre bocca, ogni volta che vedo ragazzi della mia età essere totalmente indifferenti.
Martin Kettle, non ho avuto la fortuna di nascere negli anni in cui in Italia c’erano intellettuali del calibro di Pirandello, Fermi o Pascoli, ma non per questo merito di essere dimenticata a causa dell’ignoranza di chi mi ha lasciato in eredità uno sfacelo da disfare e comporre daccapo.
La domanda che mi (e vi) pongo è questa: Chi sarà in grado di scucire e ricucire un’ Italia così lacera? Ci sarà qualcuno in grado di avere una forza di volontà tale?
Oppure sarò obbligata a vedermi scorrere tutto davanti agli occhi, come hanno fatto gli inetti delle generazioni precedenti alla mia?
Guardate che ci vuole coraggio per tenere gli occhi così chiusi.

03 dicembre 2009

"L'esclusa", Luigi Pirandello


 
In un piccolo paese della Sicilia di fine Ottocento, due famiglie, unite dal matrimonio fra Rocco Pentagora e Marta Ajala, vengono divise proprio dalla fine di questo, a causa di uno scambio epistolare fra la donna ed un notabile, Gregorio Alvignani.
Mentre i Pentagora muovono l’opinione del paese contro Marta, giudicata fedifraga, quest’ultima, che non ha alcun problema con la propria coscienza, è bandita dal padre, che a sua volta nasconde se stesso dal resto della famiglia, chiudendosi al buio della propria stanza da letto.
Così la famiglia Ajala è costretta a provveder da sola agli affari della conceria, che viene affidata ad un cugino, Paolo Sistri, che di lì a poco la manderà in rovina.
La morte di Francesco Ajala, quella del figlio che Marta aspettava da Rocco e il fallimento della conceria, segnano l’inizio di una veloce decadenza per le Ajala. Ma in loro aiuto sopraggiunge Anna Veronica, una vecchia amica di Agata Ajala, anche lei emarginata per uno scandalo che l’aveva coinvolta anni prima.
Marta intanto decide di fare un esame che la abiliti ad insegnare, per aiutare madre e sorella minore a rialzarsi dal fango. L’esame lo passa, ma non il muro d’ostilità ed ignoranza che le si para davanti, così viene sostituita dalla figlia di un consigliere. Finalmente riesce a conquistare una cattedra, ma il rancore ingiustificato di alunne e genitori la farà presto scappare a Palermo, con tutta la famiglia.
Ed è nella cittadina sicula che le Ajala iniziano a vivere giorni più lieti.
A poco a poco che l’abitudine alla tranquillità scalda il cuore a madre e sorella, Marta, da quell’abitudine, comincia a sentirsi svuotata, a sentire l’oppressione dell’esclusione, di nuovo. A scuola i colleghi le fanno la corte, ma lei non ne è affatto lusingata, anzi, infastidita.
Qui rincontra l’Alvignani, con cui ha una breve relazione, la quale finisce dal momento che la donna si rende conto di non averlo mai amato.
È durante l’agonia della madre di Rocco, trasferitasi a Palermo dopo esser stata cacciata dal marito per tradimento, che Marta e Rocco si ricongiungono.
Pirandello sembra dipingere il grande quadro de “L’esclusa” con passione, precisione e grande capacità espressiva. E lo scenario è vasto, ma non perché mille e uno personaggi entrano nella storia e si rincorrono uno ad uno riempiendola di fatti, di nomi. Lo scenario è vasto perché ogni personaggio viene caratterizzato in ogni minimo particolare, dando al lettore la sensazione che stia lì, davanti ad i suoi occhi, a parlare, a pensare, a piangere o anche a morire. Anche i nomi, anche i suoni delle parole con cui Pirandello descrive queste sue “creature d’inchiostro” contribuiscono a donare una precisa istantanea di essi. Un esempio di ciò si può avere con il professore Matteo Falcone, dai modi così rozzi, dai piedi così storti, dall’aspetto così spaventoso, il quale si innamora perdutamente di Marta e che per questo amore non corrisposto finisce in manicomio. L’uomo viene descritto con termini dai suoni gutturali e dentali, creando un’immagine quasi grottesca che drammatizza e in parte sdrammatizza il personaggio.
Un altro esempio di caratterizzazione al limite del teatrale si ha col consigliere, padre di un’alunna strafottente, che si lamenta dell’operato di Marta andando a parlarne col direttore della scuola, trasformandosi così nella goccia che fa traboccare il vaso e che fa trasferire Marta e la famiglia a Palermo. Nel descrivere l’irruenza decisiva dell’uomo, Pirandello adotta nel testo il suo modo di parlare, arrivando ad onomatopeiche per descrivere ad esempio lo strisciare snervato delle sue scarpe, quasi come se volesse far vibrare anche la carta della rabbia del padre offeso.
I personaggi in realtà sono pochi e tutti, nel loro piccolo, fondamentali, quasi come se si stesse leggendo un’opera di Shakespeare (ad esempio Romeo e Giulietta), in cui ogni singola voce è funzionale allo svolgimento dei fatti narrati.
Inoltre è interessante notare come sia evidente il paradosso presente nel romanzo.
Marta viene cacciata di casa ed accusata di infedeltà dal marito, perché protagonista di uno scambio di lettere con l’ Alvignani. Basta questo a scatenare la bufera.
In realtà Marta non fa altro che sentirsi lusingata dalla conversazione epistolare con l’uomo, il quale la riempie di ammirazione, riconosce la sua cultura e la valorizza. La donna anzi si sente stupida a non aver frenato quello scambio di opinioni, di idee, di complimenti. E si sente così dal momento che non prova, nei confronti del notabile, alcuna sorta di sentimento che possa comprometterla nel matrimonio con Rocco. Ma l’ignoranza e l’impulsività di Rocco, alimentate da una sorta di superstizione nei confronti del matrimonio tutta teorizzata dal padre di lui, Antonio Pentagora, il quale afferma che ogni Pentagora “cornuto nasce”, portano l’uomo apparentemente tradito, a non tentare di oltrepassare l’apparente evidenza della situazione.
Così iniziano tutte le peripezie di Marta, la quale fa di tutto per risollevarsi dal fango, per camminare a testa alta in mezzo alla strada. La madre e la sorella non capiscono questo atteggiamento, quasi come se non lo approvassero perché già arresesi alla condanna collettiva.
L’esclusa quindi, non solo deve fare i conti con un intero paese in cui “se tutti la pensano così, allora qualcosa di fondato ci deve pur essere”, ma deve anche lottare per discolparsi davanti a madre e sorella. Perché se all’inizio decide di non fare assolutamente nulla, nella convinzione di avere la coscienza pulita, Marta capisce anche che la sua “non-colpa” è stata fautrice di danni alla sua famiglia. E mentre la donna si allontana dagli entusiasmi della famiglia, quest’ultima appare come coperta da un manto caldo che la riscalda. Ed è Marta stessa a procurarlo quel manto. Solo che il suo lato è gelido, ma a lei non importa ciò.
Quando a Palermo rincontra Gregorio Alvignani, nasce la passione, lei crede addirittura di amarlo. È a questo punto che tutto però si ribalta. La relazione con il notabile termina perché Rocco rivuole indietro la moglie, che intanto è incinta dell’Alvignani. La madre di Rocco è in fin di vita e Marta, nonostante il tradimento, ora avvenuto, si ricongiunge al marito. Ed è proprio l’Alvignani che fa notare alla donna da lui amata il paradosso: “[…] Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo […] il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!”.
In qualche modo tutto ciò vanifica i tentativi fatti da Marta di rialzarsi da sola, con le proprie forze, di dimostrare che lei era nel giusto.
Solo ora che si è resa finalmente colpevole della colpa che, al tempo, non aveva commesso, il marito chiede la riconciliazione, e la ottiene durante la veglia della madre.
Il fatto che la riconciliazione avvenga davanti al letto di morte della madre di Rocco è un particolare che potrebbe rappresentare il punto d’arrivo della vicenda. Anche la madre dell’uomo, come Marta, era stata cacciata di casa perché accusata di adulterio. Anche lei quindi ha passato una vita da esclusa.
È come se madre e nuora ottenessero la loro vendetta l’una grazie all’altra. La nuora si riconcilia col marito solo dopo essersi compromessa davvero, e l’occasione arriva con l’agonia e la morte della madre di Rocco. Quest’ultima invece muore avendo davanti agli occhi la sconfitta morale dell’ex marito, Antonio Pentagora.
Ma si parla di vendetta, non di vittoria. Gli sforzi di Marta sono vanificati dal “fallo” che infine commette. La madre di Rocco invece muore dopo aver condotto una vita da emarginata, senza aver mai provato ad alzare il capo.
È come se in questa storia tutti fossero vittime e allo stesso tempo vendicatori.

28 novembre 2009

1° Marzo, sciopero dei lavoratori immigrati anche in Italia!



 
Sulla metropolitana, oltre ad osservare la frenesia dei propri concittadini, è interessante anche leggere il classico giornale gratis per ammazzare il tempo fra una stazione e l'altra.
E mentre questo tempo lo si abbatte a suon di parole, ci sono notizie che fanno nascere considerazioni.
Come quella che riguarda gli immigrati in Francia, che lì vivono e lavorano e che hanno indetto per il 1° Marzo uno sciopero.
Proprio così, per un’intera giornata gli immigrati, i “nuovi francesi”, né lavoreranno né faranno acquisti. Loro vogliono difendere la loro dignità dagli attacchi razzisti del governo (si vede che Italia e Francia sono “cugine”, eh?), vogliono educare un sistema che troppo spesso approfitta della loro disperazione, della loro umiltà.
E qui in Italia quanti “nuovi italiani” vorrebbero riacquistare la loro dignità?
Ed ecco che allora ho pensato che sarebbe bello se gli stranieri che lavorano facessero la stessa cosa, mandassero in tilt un sistema che, con l’arroganza di un bambino viziato,  usa queste persone e le sminuisce.
Su Facebook è già nato un gruppo volto a diffondere l’iniziativa anche nel Bel Paese. Il nome del gruppo è “Primo Marzo 2010 primo sciopero italiano degli stranieri”. I fondatori sperano che l’iniziativa superi i confini del web e arrivi nelle piazze, diventi realtà.
Così, mentre la Lega Nord si sgola per far sì che agli immigrati siano consentiti solo 6 mesi di cassa integrazione (dato che il lavoro di un italiano vale più di quello di un albanese, giusto?), qualcosa si sta muovendo, perché la dignità di 4 milioni di lavoratori stranieri vale più di un sistema che rischia la paralisi.

Se l’iniziativa vi interessa, ecco il link per iscriversi al gruppo:http://www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&ref=search&sid=1195807305.1971973350..1&v=info#/group.php?v=wall&ref=search&gid=208029527639

24 novembre 2009

Piano, solo





 
A volte capita di guardare un film.
A volte capita di guardare un film e di pensare che tutto sommato sia un buon film.
A volte capita poi di entrare in un negozio di musica, ricordarsi di quel film (perché forse parlava proprio di musica), e di cercare magari nella sezione dedicata al jazz se ci sia l’artista di cui si parla nella pellicola in questione.
In effetti il lungometraggio è “Piano, Solo” e racconta la storia di Luca Flores (interpretato dall’ottimo Kim Rossi Stuart), un uomo dal talento geniale col suo pianoforte, a cui la musica jazz ha regalato davvero molto.
Luca nasce nel 1956 e muore nel 1995.
Tutto gira intorno alle sue note, alle sue scale, al suo sguardo.
È proprio dai suoi occhi che si comprende quanto l’uomo sia turbato dentro, quanto stia male, a causa dei ricordi di una madre morta in Africa durante un incidente stradale che stava per togliere la vita sia a lui che alla sua adorata sorella Barbara, detta anche Baba (interpretata da una Paola Cortellesi insolitamente drammatica, e appunto coinvolgente in questo suo insolito ruolo).
La sua vita ruota anche attorno al senso di colpa per la morte di sua madre, un senso di colpa scandito dal suono-ritmo del copertone della ruota dell’auto “maledetta”, un ritmo, quasi tribale, che si ripete costantemente nella sua memoria, un suono che è nella sua testa fin da quel momento e lo accompagnerà fino alla sua morte.
Eppure prima che la malattia mentale insorga, ci sono sprazzi di luce nella sua vita.
Molto giovane consegue il diploma in Pianoforte a Firenze, col massimo dei voti.
Conosce due ragazzi con cui formerà un terzetto jazz. Durante le esibizioni in un piccolo locale con i due amici conosce Cinzia, con la quale nasce subito una tenera passione che si trasformerà nell’amore della sua vita, nonché anche la “goccia” che farà traboccare il vaso, quando questo terminerà.
Luca viene notato da alcuni artisti Jazz con cui parte in svariate tournée. È proprio grazie a questi concerti in giro per il mondo che il suo talento comincia ad essere molto apprezzato ed è per questo che Chet Baker, leggenda del jazz, lo vuole con sè nelle sue tournée mondiali.
È a questo punto però che la situazione comincia a declinare.
Il rapporto con Cinzia (interpretata da Jasmine Trinca) a poco a poco si deteriora. Lei desidera la normalità ma lui non riesce a dargliela, un po’ per gli impegni musicali, un po’ perché la sua natura non glielo permette.
Così abortisce del bambino che aspettava da Luca.
Non appena l’uomo scopre questo, cade nel baratro. A poco a poco, lentamente scivola nel buio dell’autodistruzione.
I tentativi di suicidio, il viaggio in Africa per cercare, tentare di ritrovare se stesso, l’elettroshock nelle cliniche psichiatriche per cercare di curarsi.
Arriva addirittura a voler rinunciare a ciò che lo rende vivo nel profondo.
La musica.
Infatti si ferisce ad una mano, un gesto inspiegabile, ma che in realtà nasconde il suo malessere, la sua “follia”, il suo senso di colpa. Viene curato e riprende a suonare. Non davanti al pubblico però.
Tutta la famiglia è attenta ad ogni passo del musicista, il padre (interpretato da un bravissimo Michele Placido) tenta di provare a stargli accanto, tenta di “fare” il padre ma neanche questo servirà a scacciare il buio dagli occhi di Luca.
Prima di uccidersi scrive una musica per pianoforte dal titolo “How far can you fly”.
Quanto lontano tu puoi volare.
Eppure lui non ha scelto di volare. Ha scelto la via più breve per eliminare i suoi problemi. Ha scelto di immergersi totalmente in quel buio.
Questa storia emoziona, trascina, è piena di silenzi, di sguardi, di parole non dette o non ascoltate.
Questa storia è piena di musica, di rumori, di suoni, è piena di sentimenti, di paura, di genialità, di follia, di colori, di paesaggi, di sapori.
Luca Flores ammirava qualunque musicista che suonasse ogni nota come fosse l’ultima.
Aveva imparato a fare anche lui lo stesso.









Regia: Riccardo Milani
Con:
Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Paola Cortellesi, Michele Placido.

18 novembre 2009

La solita vittoria dell'ECOnomia sull'ECOlogia: Copenhagen e le belle (ma inutili) parole. Attendendo le risposte della Natura


“Nel corso della storia umana si sono spesso compiute azioni, soprattutto di carattere collettivo, le quali hanno avuto conseguenze vistose per generazioni successive”. Lo dice Pontara nel 1995, quando nel frattempo si lavora ad un protocollo, quello di Kyoto, che verrà approvato nel 1997. Il famoso “protocollo di Kyoto” prevede la riduzione dei gas serra, in rapporto ai dati del 1990, del 5% per il periodo 2008-2012.
Naturalmente anche i migliori propositi hanno la solita scappatoia che tanto piace a quei furbacchioni che siedono su comode poltrone e giocano con le nostre vite e con i nostri desideri, maneggiandoci come pezzi di legno, dandoci l’appellativo di “numeri”, “utenti”, “consumatori”, “giovani” o “pensionati”, “studenti”, “operai” e “spettatori”.
L’oggetto in questione sarebbe una piccola nota, la quale afferma che, per entrare in vigore, il documento deve essere approvato da almeno cinquantacinque paesi.
Dal 1997 al 2004 è passato un po’ troppo tempo però. Proprio nel 2004, infatti, il protocollo viene effettivamente reso efficace con l’adesione della Russia di Putin. Alla fine del 2007 è la volta dell’Australia. Un grande buco al centro, che riempie l’atmosfera di una quantità di gas serra pari al 33,6 % della percentuale complessiva. Questo baratro si chiama Stati Uniti d’America. Il paese dei balocchi, il paese patria di Felicità e Libertà - le quali passeggiano a braccetto fra palazzi bianchi, lussuosi grattacieli a Manhattan e calde spiagge della California, evitando accuratamente ghetti per neri, scuole pubbliche e quella percentuale di persone che non può mettere piede negli ospedali perché sprovvista di assicurazione - questo paese non ha intenzione di aderire alle norme di Kyoto a causa del rischio di rovinare la propria economia a vantaggio dei paesi in via di sviluppo. E la Cina che dice? Altro buco nero, disinteresse completo.
Verrebbe da chiedersi come sia stato possibile, in soli quattro anni, riuscire a ridurre del 5% l’emissione di gas serra.
Ed in effetti questa domanda è lecito porsela. E’ lecito perché a respirare quell’aria malsana che vaga per le vie delle nostre città siamo noi, sono i nostri figli e lo saranno i nostri nipoti.
Quante volte, aspettando che l’altro vi raggiunga, accendete il motore della vostra auto e lo lasciate tossire per minuti e minuti che a voi sembrano nulla, ma per l’ambiente sono attimi di vita spezzata, un albero che non sospira più, un terreno che non sente più le carezze del cielo, un monumento storico scavato per sempre da mere combinazioni chimiche, combinazioni che si trasformano in soldi, soldi che fanno girare un’economia, economia che alla maggior parte dà briciole.
Quante volte ignoriamo l’importanza di una buona educazione al risparmio energetico, al riciclo dei materiali. E quante volte il muro dell’omertà mafiosa ha distrutto posti meravigliosi e contribuito così a creare altro degrado, altri disagi ambientali?
Il mondo aveva a Dicembre un’altra possibilità, forse l’ultima, per cambiare lo stato delle cose. Naturalmente non la utilizzerà. Si tratta del summit per i cambiamenti climatici che si terrà a Copenhagen tra il 7 e il 18 Dicembre 2009.
Il problema è fondamentalmente lo stesso che riguarda il fallimento del protocollo di Kyoto. USA e Cina.
Barack Obama è occupato con la politica interna (riforma della sanità e riforma energetica) e disturbare il Congresso con argomenti riguardanti l’equilibro ECOlogico del pianeta sarebbe troppo per l’equilibrio ECOnomico. Ma sì, che i ghiacciai si sciolgano e i deserti si estendano, se abbiamo quei bei pezzi di carta che ci danno tanto potere, possiamo anche andare sulla Luna, avete visto che l’acqua c’è?
Inoltre, disturbare la cara Cina, la quale non ne vuole sapere di norme per rispettare l’ambiente, non è conveniente, altrimenti fra i due giganti, vince quello rosso e con gli occhi a mandorla. E chi lo vuole un altro muro di Berlino?
Dunque, da Bangkok, dove si sta svolgendo la prosecuzione dei negoziati per la stesura dell’accordo sui cambiamenti climatici da approvare al summit, non uscirà nulla di legalmente vincolante per i 192 paesi che vi parteciperanno, ma solo una bella dichiarazione politica, un foglio di carta, un'altra foresta abbattuta.
E allora sapete che vi dico?
Io spero che la Natura a poco a poco si rivolti contro i responsabili di questa violenza di massa, io spero che riduca in polvere edifici, industrie, parlamenti, automobili e centrali nucleari, invoco la sua forza distruttiva perché noi non meritiamo la sua indulgenza, la Natura è stata paziente per troppo tempo.




16 novembre 2009

Frammenti

"In Passato l'amore non esisteva. Il sesso era un qualcosa di sporco, di basso, non si conciliava con l'amore. Era piacere fisico, non dell'anima.
Se l'amore esisteva, viveva negli sguardi proibiti, nelle carezze nascoste, nelle parole sigillate sulla carta.
Se il sesso era unione di due corpi, ma anche di due anime, era totalità da tenere avvolta in calde coperte di lana, esplosione di energia da attenuare, sudori da tamponare immediatamente, gesti scambiati in tumultuosa fretta.
Quando l'amore si manifesta in questo Presente da cui difenderlo, lo si vuole racchiudere in un mondo enorme, eppure piccolo, eppure per due".

("Frammento di fine Aprile")


"Il pesce stava lì ed osservava la piccola cavità rocciosa che si apriva davanti a lui. 
Sulle sue squame graffi e tagli. Chissà quanti pesci come lui erano sopravvissuti alla Natura e poi,
per il Destino beffardo, erano finiti sulle nostre bramose tavole.
Silenzioso e rapido, il pesce entrò nella cavità, al suo posto qualche bollicina e la trasparenza dell'acqua".

("Frammento di un giorno di Dicembre")

"Il senso di colpa la opprimeva. Arrivava puntuale a renderle impossibile la digestione del più piccolo e comune errore. Capitava che ripensasse continuamente a quando aveva salutato una mamma all'uscita da scuola credendo fosse quella di un suo amico e invece si era sbagliata, convinta di aver commesso un errore imperdonabile.
Soffriva profondamente quando veniva richiamata dagli insegnanti per il suo perdersi in silenziose osservazioni sui gessetti colorati e sulle scritte che ci avrebbe fatto alla lavagna solo per usarli. E lei si puniva pensandoci, riflettendoci, immaginando tutti i modi per affrontare la situazione, per farsi perdonare, fino a cadere in un circolo infinito in cui si sentiva trafitta da lame freddissime e mestamente grigie.
Pensare ossessivamente era la forma di autolesionismo da lei prediletta. 

Era sicura che da un momento all'altro il suo corpo sarebbe sfumato come per magia, e di lei sarebbe rimasto l'aleggiare di un continuo pensare, che ad un attento ascolto si sarebbe sentito nel vento ed anche nel pallore della rara nebbia mattutina".

("Frammento di ieri, 13° giorno di Maggio")




Ed oggi volevo scrivere d'amore.


"Frammenti", Carlo Accardi, 1954

15 novembre 2009

Eroi nel vuoto



Una canzone diceva che essere “Superman non è facile”. Anche il Supereroe di tutti i supereroi aveva un punto debole, ma sapeva volare, era forte, salvava la sua donna ogni volta che lei si trovava in pericolo ed il suo intento era quello di mettere in salvo il mondo combattendo crudeli uomini pronti ad impadronirsene e a trasformarlo in polvere. Certo, secondo l’immagine che gli americani avevano di loro stessi nella prima metà del ‘900, credere in una figura del genere era possibile, d’altronde l’America era potente, ricca e patria di Libertà e Felicità.
Non era così nella vecchia e stanca Europa, le cui ferite prodotte da centinaia di anni di guerre non si erano rimarginate del tutto, ed anzi vibravano di infezioni e sangue cattivo. E la cultura del vecchio continente ne risentiva. Prime vittime i poeti. Baudelaire perde per le strade di Parigi la sua aureola e va a bere in un bordello, il caos cittadino urla fra i suoi versi ed il poeta si sente un escluso, ma anche un eletto, l’unico in grado di leggere la realtà, il tempio della natura, l’unico che può sentire le sinestesie della vita, come scriveva in “Corrispondenze”. In qualche modo il poeta baudelairiano, il poeta simbolista è ancora un eroe. O almeno lo è finché il progresso del Novecento non investe borghesi e non con i suoi clacson, con il peso dei macchinari metallici dell’industria, con le sue rotaie e a volte con i suoi tram.
Un’atmosfera di generale sovreccitazione che non eccita l’ambiente culturale, tranne D’Annunzio, che dell’artista fa una sorta di divo, di superuomo, essendo capace a soli sedici anni di pubblicizzare la sua prima opera di poesie fingendosi morto, e poi smentendo la notizia che saltava di quotidiano in quotidiano.
Ed il resto degli uomini di penna e delle loro creature di carta?
Ed ecco che l’eroe comincia a dissolversi.
Il protagonista del romanzo del primo Novecento è un eroe/antieroe, un insoddisfatto, perché incapace di agire e reagire. In “La senilità” di Svevo, Emilio si ritrova “nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore […], nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza”. E’ proprio questo sospettare, questo aver paura della paura che fa di lui un inetto. E il tema dell’insicurezza, del dubbio ricorre anche in un altro romanzo di Svevo, “La coscienza di Zeno”, nel quale anche una sigaretta diventa motivo di ossessione, diventa causa della sua incapacità. Incapacità di smettere di fumare, incapacità di scegliere definitivamente fra una facoltà universitaria e l’altra, incapacità di decidere per una donna o per un’altra. Egli vive fra continue ipotesi e continui dubbi, cammina su di un filo su cui non incontra mai il nodo duro della “decisa convinzione”, è un uomo che alla domanda “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” (presa in prestito dai versi di “Verranno a chiederti del nostro amore” di De Andrè), si crogiolerebbe nella ricerca di una risposta, invece nascosta nelle vicende della sua esistenza.
E se i protagonisti dei romanzi di Svevo vagano nel dubbio e nell’insicurezza, il Mattia Pascal, che fu anche Adriano Meis, di Pirandello, finge di essere morto per liberarsi di una famiglia troppo ingombrante, diventa ombra e scopre che chi è davvero libero è la sua vecchia famiglia, liberatasi da lui. L’illusione di essere rinato dopo la falsa morte non lo pervade del tutto, perché la realtà è più grande, più forte, più sapiente, o solo più pragmatica, ma talmente potente da rendere inutili tutte le sue azioni, compiute con l’ingenuo intento di “vivere”, e non di sopravvivere soltanto. Si ritrova ucciso, ucciso davvero dalla libertà da sempre bramata, eroina per altri, ma non per lui.
Con Pirandello e Svevo si parla ancora di eroi in carne ed ossa. In questi casi la “sostanza si vendica sulla Poesia”, e dopo essersi nutrita di essa, cosa diventa? Potrebbe diventare fumo quell’eroe “forestiere della vita” o schiavo delle sigarette. Potrebbe anche diventare cosciente di esser fatto della stessa sostanza dell’inettitudine, e non dei sogni come diceva Shakespeare.
L’uomo di fumo che Palazzeschi racconta ne “Il codice di Perelà” finalmente capisce che è un mediocre, un uomo che vaga come le ombre nei quadri di Munch, annunciatrici di incertezza ed angoscia, a cui la vita dell’adolescente rappresentata in “Pubertà” è legata impercettibilmente ed inevitabilmente.
Il dissolversi dell’eroe arriva ad un punto di non ritorno con “Il cavaliere inesistente” raccontato da Calvino. Una voce che proviene “da dentro un elmo chiuso, come fosse non una gola, ma la stessa lamiera dell’armatura a vibrare”, una voce che parla e che dice “io sono”, ma che dietro a tutti quei nomi che grida in modo metallico, nasconde l’inconsistenza di un essere inesistente.
Quasi metafora di tutto quel vuoto vestito di seta, vestito di modernità, vestito di quel progresso ed illuminato da luci sgargianti, quel vuoto che ci spaventa con lo sguardo allucinato dell’ “Idolo moderno” di Boccioni, quel vuoto che si sente dopo sferzate di nichilismo.
L’eroe che si dissolve non è solo l’immagine di un inizio Novecento spaventato e bendato, quasi paralizzato nelle sue fasciature, ma è l’immagine di un intero secolo, l’emblema dell’epoca in cui fotografi ricattatori vengono considerati idoli da orde di adolescenti e “il partito dell’uomo qualunque” è quello più forte.
Le ceneri di quegli eroi vagano nell’aria, incidono nel vuoto sfumature più profonde che gli danno un senso, ed insegnano raccontando dubbi ed incertezze che neanche Superman è in grado di vincere.

14 novembre 2009

"Lo Straniero"


Facile sentirsi stranieri. E’ come vivere continuamente percorrendo un’autostrada, terra di nessuno, o forse solo dei cartelli con le indicazioni.
Capita di sentirsi stranieri anche nella propria città, quando si è parte di una grande “massa amorfa” che non guarda da nessuna parte, perché lo sguardo lo posa sul proprio vuoto. Ed è proprio quando ci si rende conto dell’inconsistenza di quest’accumulo di individui tutti simili, perché tutti similmente persi nello stesso vuoto, che vien da pensare che si è estranei, diversi, stranieri. E’ una sensazione decisamente improvvisa, una sorta di epifania, come un lampo che attraversa un pensiero, che scuote lo sguardo e lo risveglia.
Capita che poi lo sguardo vigile, attento, vada a posarsi sulle scritte, sui disegni, sui simboli che, per sfogo o per ispirazione coraggiosamente idiota, qualcuno ha lasciato sui muri. Lì non si parla solo di amore. Ci sono grida di protesta, dichiarazioni politiche, sintesi di opinioni, dimostrazioni di odio. E allora si legge di rumeni da cacciare via e di zingari da bruciare, con accanto una svastica o una croce celtica a decorare il tutto.
Ora quello sguardo ha la possibilità di pensare. Può pensare, ma sì, bruciate tutti; Può pensare, ah, il solito teppista, e poi può non far nulla.
Oppure può cominciare a riflettere.
Potrebbe rievocare le parole di Guccini, che in “Auschwitz” afferma che l’uomo non imparerà mai a vivere senza ammazzare, che la belva umana non si è ancora accontentata di tutto il sangue già versato. “Saremo sempre a milioni / in polvere qui nel vento”. E quanti Primo Levi si domanderanno “Se questo è un uomo”? Quante parole per asciugare, tentare  di assorbire, tutto l’odio versato? E scorrono negli occhi le immagini dei notiziari, i volti dei clandestini appena sbarcati sulle coste italiane, i disperati in cerca di vane speranze su cui i tanti anonimi ed orgogliosi autori di scritte sui muri dispensatrici di odio razziale si sfogano.
Gli italiani, dicono, sono persone accoglienti e affidabili, sempre pronte a rivolgere sguardi gentili ai turisti col portafoglio pieno. Però come è facile lanciare sguardi di diffidenza verso il venditore ambulante nero, povero e probabilmente ultimo di una catena di mal affari tutti di casa nostra.
Lo sguardo sveglio in questo caso potrebbe cantare le parole di Caparezza, il quale nella sua “Vieni a ballare in Puglia” afferma che “ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati”. Chissà quanto fanno male quegli sguardi di odio e diffidenza. Almeno quanto i carri armati o i bombardieri di cui parla Brecht. Come dice il poeta e drammaturgo tedesco, “l’uomo fa di tutto”, e come ci insegna la Storia, egli è in grado di porsi contro un suo concittadino, connazionale, contro suo fratello, se si pensa alla leggenda di Romolo e Remo.
L’uomo è in grado di torturare, violentare ed ingravidare donne solo per generare altro odio, altro sangue, come racconta Augias in un articolo di Repubblica in cui parla della guerra in Bosnia.
Un’immagine su tutte racchiude l’orrore a cui quello sguardo sveglio sicuramente non è indifferente: “Guernica” di Picasso racconta la guerra civile in Spagna. Occhi sbarrati, tonalità dal grigio al nero, volti urlanti contro il cielo ed ecco il terrore e lo squallore dell’odio, questa volta fra connazionali.
 
Su quanto odio si poserà il nostro sguardo, di quanti altri volti clandestini sentiremo parlare, quanti altri racconti come quello di Augias leggeremo, e quanti se ne stanno già scrivendo?
Se un modo per lasciarsi alle spalle l’odio e l’ignoranza che ruota attorno ad esso c’è, quello è il ricordo, la non indifferenza, lo sguardo attento che non tralascia i particolari, che non pensa che tanto è tutto inutile, che non scorre insieme alla “massa amorfa” che, come un fiume impazzito, vorrebbe travolgere tutto e tutti.