11 aprile 2012

Flussi di coscienza nella matassa ingarbugliata. Il mio Anno Zero



Le ultime note di una canzone accompagnano un pensiero di grandezza pochi istanti prima di iniziare a scrivere. Con la fine della canzone termina la grandezza del pensiero, quest’ultimo rimane, ma rimane piccolo e arrossisce di fronte alla propria megalomania. Non volevo iniziare così, ma avevo bisogno di dipanare questo pensiero dalla mia matassa ingarbugliata.

Sono nata in un Anno Zero e spesso penso che questa cosa mi abbia segnata nel profondo. Sono nata alla fine di un decennio e all’inizio di un altro decennio, in uno spazio bianco, il 1990, un anno zero, come ce ne sono tanti da millenni.
Io ogni tanto penso che il giorno in cui sono nata, cento anni prima, c’erano i miei padri scrittori, artisti, intellettuali in giro, e parlavano, pensavano, scrivevano, dipingevano, vivevano a cento anni di distanza da me. E a me sarebbe bastato nascere solo 100 anni prima per essere una di loro. Mi sarebbe piaciuto scrivere lettere a Montale, usare quel particolare linguaggio in codice necessario per valicare i limiti della censura fascista, avrei voluto intervistare Ungaretti insieme a Pasolini, avrei frequentato Calvino e lavorato per Einaudi insieme a lui. Cosa darei per vedere la faccia della gente la prima volta di fronte alla Merda d’artista di Manzoni, cosa darei per annullare quei cento anni di distanza.
La grandezza di certi anni d’oro la posso toccare solo andando a visitare mostre, musei, la posso sfiorare nelle pagine dei libri, durante le spesso affascinanti lezioni che seguo all’università, nelle strade che calpesto in Italia e nel resto del mondo, ma a volte sento una strana amarezza, un fastidioso senso di disillusione che non vorrei assaporare, mi ritrovo in bocca il gusto di esclusione da un qualcosa che avrei meritato, perché lo apprezzo, se fossi nata in un anno diverso da quell’anno zero che apriva l’ultimo decennio del Novecento.
(Eppure sento che un valore questo mio tempo lo ha).

02 aprile 2012

Seminario Parole e (Anti)Mafie. Il Report del primo incontro


Siccome il mio blog non è solo il contenitore dei deliri di una persona caduta dal seggiolone troppe volte, ho deciso di riportare e magari approfondire quanto appreso al seminario “Parole e (Anti)Mafie” organizzato da Libera, Link Coordinamento Universitario e da La Sapienza Università di Roma.
Bando alle corbellerie, godetevi quanto è stato detto durante l’incontro del 29 marzo nell’aula XIII di Scienze Politiche alla Sapienza. Alla fine potrete leggere il calendario dei prossimi incontri, nel caso vi dovesse interessare.


Iniziamo col dire che Libera è una rete di associazioni nazionali che nasce sulla scia dell’indignazione per le stragi mafiose del ’92 e ’93. Tra le prime iniziative figurano la raccolta firme per la proposta di legge riguardante l’utilizzo di beni comuni confiscati alle mafie; l’istituzione del 21 marzo come Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia; il contatto tra Libera e le scuole, in quanto la scuola è il luogo in cui si formano le coscienze e la personalità dei cittadini.
Libera nel 2008 è stata inserita dall’ Eurispes tra le eccellenze italiane, e attualmente conta 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base.
Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale.

Dopo aver riassunto brevemente cos’è Libera, vi riporto alcuni tra i contenuti più interessanti, che in qualche modo costituiscono quello di cui si parlerà nel corso di tutto il seminario.
Punto focale è l’informazione: noi studenti dovremo realizzare un’inchiesta, e perciò via via ci saranno forniti tutti gli strumenti per poterla effettuare, senza anfibologie e imprecisioni, per ottenere risultati quanto più puntuali e originali, dato che le migliori inchieste permetteranno agli studenti di collaborare direttamente con Libera.
Il 2006, dal punto di vista dell’esposizione dell’analisi mediatica, è un anno di svolta:
- viene pubblicato “Gomorra” di Roberto Saviano
- viene arrestato Bernardo Provenzano, considerato il capo numero uno di Cosa Nostra.
Non basta però l’esposizione mediatica per combattere il fenomeno mafioso, perché se è importante che se ne parli, è altrettanto necessario che si trovi il modo giusto di rappresentare la mafia. Ad esempio, la mitizzazione di alcuni personaggi come Falcone e Borsellino può rendere l’idea della lotta alla mafia come qualcosa di utopistico. Ma a volte anche i criminali vengono mitizzati, come è accaduto con la serie “Romanzo Criminale”: Libera con una scuola ha organizzato degli incontri strutturati in più fasi. In un primo momento gli studenti sono stati coinvolti nella visione della serie televisiva e in seguito si sono impegnati in un lavoro di confronto con le vere storie di questi personaggi. L’obiettivo degli incontri, che era quello di insegnare che la televisione va guardata in modo critico, è stato raggiunto.

Il discorso va ad incentrarsi nello specifico sull’argomento mafia. Innanzitutto bisogna dire quali sono le organizzazioni mafiose e come sono strutturate:
Cosa Nostra è un’organizzazione verticale e nasce in Sicilia, la Ndrangheta è un’organizzazione orizzontale e nasce in Calabria, la Camorra, la mafia campana, è divisa per clan e la Sacra Corona Unita, che nasce in Puglia, ma che nello specifico ha acquisito sempre più potere nel Salento, è un’organizzazione flessibile.
Mentre tra anni ’70 e anni ’80 era Cosa Nostra ad avere in mano i traffici di droga, dagli anni ’90 ai giorni nostri è la Ndrangheta a possedere questa grossa fetta di mercato.
La Commissione Nazionale Antimafia stima che le mafie italiane hanno un giro d’affari di 150 miliardi di euro l’anno. Ciò significa che la mafia in Italia gestisce diverse imprese e diversi mercati, da quello della ristorazione a quello edile.
Sia a L’Aquila che per l’ Expo 2015 di Milano si è scoperto che agli appalti hanno partecipato o tentato di partecipare imprese legate alle mafie italiane.
Inoltre una recente inchiesta ha rivelato che la Camorra, nei quartieri Spagnoli a Napoli, ha aperto delle banche.
A Roma, invece, il Cafè de Paris è stato chiuso ben due volte perché nella società vi partecipava una cosca calabrese. 
Libera a gennaio ha pubblicato un dossier, “Azzardopoli”, sulle connessioni tra mafia e gioco d’azzardo, quest'ultimo pubblicizzato ovunque con piena responsabilità dello Stato. Il gioco d’azzardo è uno dei tramiti per il riciclaggio di denaro sporco.

Per la prima volta nella storia dell'Unione Europea, il 28 marzo il Parlamento Europeo ha nominato una Commissione speciale antimafia costituita da 45 membri, di cui 6 italiani.


Concludo ricordando che quest’anno si celebrano tre date importanti:
Il 30 aprile saranno passati 30 anni dall’assassinio del commissario regionale del Pci Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo. L’agguato avvenne a Palermo per mano di un commando di Cosa Nostra.
Il 23 maggio e il 19 luglio invece sarà la volta del ventesimo anniversario delle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte.


Ecco il calendario dei prossimi appuntamenti e i luoghi in cui si terranno gli incontri:

   12 aprile: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30
   20 aprile: lettere dalle 17.00 alle 18.30
   27 aprile: lettere dalle 17.00 alle 18.30
  3 maggio: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30
11 maggio: lettere dalle 17.00 alle 18.30
17 maggio: aula XIII scienze politiche dalle 16.00 alle 17.30

Link utili:

30 marzo 2012

Un mondo decadente.

In contemplazione di un piccione in decomposizione a stazione Ostiense. Il mondo dà poesie non richieste di prima mattina. Mi chiedo se questa visione avrebbe affascinato o disgustato il caro Charles Baudelaire. Chissà se tra la merda secca di piccione l'avrebbe raccolta lo stesso l'aureola.
E alla gente sta bene così!
Ok, andiamo in farmacia, ci sarà un rimedio? Per l’allergia di sicuro, per la decadenza non lo so.
E poi si arriva a quasi 22 anni, ci si rende conto che quella strana adolescente superbia del sentirsi speciali sparisce e… è perché ho visto quel mezzo piccione rinsecchito? È perché è questo che vuol dire passare all’età adulta? Capire quali sono i miei limiti, accettarli, parlarne un po’ tra me e me e poi fare come se niente fosse, come se questo non mi toccasse, come se fosse giusto così? Da bimba mi sentivo speciale perché passavo le ore a cantare e a scrivere filastrocche e racconti di asini parlanti e tutti mi dicevano che ero dolcissima e sensibile, a 12 anni avevo gli occhiali ma non avevo nessuno da guardare dentro, a 15 anni ascoltavo i Cure a manetta e scrivevo decine di poesie ogni giorno, e anche se non andavo bene in matematica mi piacevo lo stesso. Adesso BOH. Adesso so, perché prendo la metropolitana ogni giorno, perché ho visto qualche angolo d’Europa, perché ho visto un piccione in decomposizione su cui probabilmente solo il mio sguardo e quello del mio fumettaro si è posato, perché leggo i giornali e leggo un sacco di libri e studio e scrivo e penso e non dormo, che le persone sono troppe e che cercano di salvarsi e di nuotare ancora nell’illusione di non essere solo un numero, di non essere troppo piccole in confronto al Mondo, di non essere alla stregua di un piccione morto a stazione Ostiense. Adesso so che noi siamo come quel piccione. Che faccio? Ne discuto ancora tra me e me? Lo accetto e vado avanti? Che me ne faccio di questa consapevolezza?
E quindi vado a cucinare.
Forse.


26 marzo 2012

I tanti volti di un affascinante, terribile mistero


Questo saggio breve l'ho posto in apertura della mia tesina di maturità. L'argomento, è intuibile, è la follia. Era il lontano 2009...


“Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
<<follia>> […]”.
(Aldo Palazzeschi, Chi sono?, da L’incendiario, 1909)

In un mondo in cui ancora non esistevano antidepressivi o medicinali per curare la schizofrenia, i pazzi venivano internati in manicomi e costretti in camicie di forza, che fermavano il loro corpo, ma non la loro mente, che vagava, viaggiava, in terrorizzanti abissi o in estasianti e brillanti cieli.
In un mondo ancora immune dal progresso della farmacologia, i pazzi erano anche degli artisti, oppure venivano raccontati da geniali creativi, forse un po’ folli anche loro.
La follia ha sempre camminato accanto all’uomo, compagna della morte come della vita, dell’amore come dell’odio, ed è sempre stata lì, immersa in quel limite invalicabile dell’io, ad attenderlo, per mostrargli l’altro lato del mondo, forse quello oscuro, forse quello più candido.
Questo strano modo di vedere il tempo, i sentimenti, questo strano modo di immergersi nella natura come nel cemento, ha portato illustri uomini di scienza, illustri uomini dal genio creativo, illustri uomini del potere dittatoriale a considerare la realtà, o l’irrealtà, nelle sue molteplici sfaccettature.
Le maschere della genialità di Pirandello si illuminano della vita, alla quale si arriva tramite un’umoristica follia, la quale libera le loro esistenze dalla forma. Così c’è chi viaggia insieme al fischio dei treni e arriva fino in Siberia, c’è chi si libera del proprio ingombrante ruolo di punto di riferimento, dedicandosi a quella pazza tentazione di uscire per qualche istante da se stesso, scindendo la propria persona in due.
C’è anche chi con un soffio spegne la vita di coloro che ha intorno e anche la propria, e si libra nell’aria, sinonimo di vitalità. Infine c’è chi afferma di esser stato matto, mostrando umoristicamente come egli non solo non è savio, ma anche che il mondo in cui vive è completamente alterato, straniante, come accade in molte delle opere di Pirandello.
Ma la follia non è solo un mezzo per sopportare la realtà, essa si fa anche viva nell’espressione delle arti figurative.
Vincent Van Gogh soffre durante la propria vita e ciò è visibile sia nella corrispondenza epistolare col fratello, sia nelle opere da lui dipinte. Le tinte forti caratterizzano la sua arte, la follia subentra fra i suoi colori ed è così che nasce il Campo di grano con volo di corvi, opera simbolo dei suoi tormenti, in cui i neri corvi volano come un presagio di morte nel cielo plumbeo agitato dal vento, vento che smuove anche quel campo di grano nel quale si aprono sentieri che non portano da nessuna parte, la stessa direzione che qualche mese dopo prenderà l’artista.
E se il pittore olandese muore logorato nei nervi, Virginia Woolf si toglie la vita per il timore di poter impazzire. Ma prima di farlo, vent’anni prima, scrive Mrs. Dalloway, in cui racconta di una realtà che è divisa fra la sanità e la follia, follia rappresentata dal secondo protagonista del romanzo, Septimus, che simbolicamente non ha nessuna connessione con la signora Dalloway, e dunque con la vita, se non uno psichiatra, e la grande forza della vita e della morte che si presenta in una sola giornata nella Londra degli anni ’20.
E la follia torna ad essere umorismo con il teatro insolito di Ionesco, il quale racconta l’incomunicabilità tramite la malattia del linguaggio, che sembra quasi soffocato da una folle forma di dislalia, e nell’assurdità del susseguirsi delle scene, il messaggio tanto fondamentale per l’intera umanità che un Vecchio di 95 anni deve diffondere, viene affidato ad un Oratore a causa della difficoltà dell’anziano uomo di esprimersi. Ma l’Oratore è sordo-muto e non riuscirà a farsi intendere da nessuno, comunicando solo rantoli e mugolii, i sintomi che la comunicazione è vittima di una grave epidemia.
Ionesco nelle proprie opere parla infatti dell’oppressione messa in atto dai regimi totalitari del Novecento. E se fino ad ora si è parlato della follia come forma di espressione, come sintomo dei diversi modi d’intendere il reale, subentra il discorso riguardante la follia come delirio di onnipotenza, come forma di distruzione di massa, non solo fisica, ma anche morale, come appunto fa intendere Ionesco sia ne Le sedie, che nel Rinoceronte.
A simboleggiare la follia distruttiva vi è la figura di Hitler, il dittatore nazista che dal 1933 al 1945 ha fatto conoscere non solo all’Europa, ma al mondo intero i crimini più nefandi, come lo sterminio di sei milioni di ebrei e di migliaia di zingari, omosessuali e handicappati, l’uomo che con la propria sete di potere ha contribuito a causare lo scoppio della Seconda guerra mondiale, conflitto che ha visto morire circa 50 milioni di esseri umani, fra soldati e civili.
Ecco come la follia di uno si manifesta e rade al suolo intere città, appoggiata da masse amorfe che si muovono come automi, quelle masse indifferenti che vengono utilizzate ed allo stesso tempo disprezzate da chi instaura questo tipo di potere.
La sete di potere è condannata anche da Seneca, il quale nelle sue tragedie trasferisce il proprio pensiero stoico, denunciando le passioni e accusandole di deformare il corpo e lo spirito degli uomini. Anche la sete di potere è provocata da una passione, l’odio verso il prossimo ed anche verso se stessi, la smisurata ambizione, l’esagerato desiderare un determinato oggetto. Nell’Hercules furens Seneca dimostra come la responsabilità delle azioni più nefande non sia solo da attribuire alle divinità, ma anche alla personalità di chi le compie. Ecco perché Seneca scava nel profondo della psicologia dei suoi personaggi, egli in questo modo insegna la propria moralità, ovvero il rinnegare le passioni, andando oltre.
Ed anche la follia si fa Oltre. Tramite le parole di Zarathustra Nietzsche chiede all’umanità intera di generare una “stella danzante”. Questa è creatrice di vita, perché è luce che si muove caoticamente, dato che è generata dal caos. E cos’altro è la stella se non il simbolo di quella creazione dell’universo nata dal caos dell’esplosione primordiale?
In qualche modo anche la follia è generatrice di luce e vita, tramite la voce del folle si afferma la morte di Dio ed allo stesso tempo la nascita del Superuomo, che comporta l’inizio di un nuovo mondo in cui l’uomo deve passare per tre metamorfosi ed alla terza deve farsi nuovamente bambino, vita primordiale, per poter far giungere i propri messaggi a quegli eletti dal caos dell’Oltre.
Ecco i tanti volti della follia, le tante penne, le tante parole mai dette o gridate al vento, vento pronto a farle germogliare chissà dove, chissà quando. Ecco la follia, che ci tiene per mano, e ci suggerisce sempre un altro modo di pensare alla nostra esistenza, mistero affascinante e terribile allo stesso tempo, ma sempre con noi, immerso nella nostra ombra.

25 marzo 2012

Antonio Tabucchi. La nostalgia dell'irreversibile


Come descrivere ciò che ho provato quando ho letto della morte di Antonio Tabucchi? Sgomento, dolore, rimpianto, tristezza? Non bastano queste parole, se non si è coinvolti non si coglie il significato delle parole usate per descrivere un’emozione. Potrei trascrivere ciò che ho esclamato, ma mancherebbe l’intonazione, e si sa, nella comunicazione i fattori prosodici sono essenziali per far recepire il messaggio con chiarezza.
Io Tabucchi l’ho conosciuto nel 2008. Non dico personalmente, ma nel modo in cui conosci uno scrittore, leggendo le sue parole. Quell’anno, un giorno mi sono svegliata, ho detto “ho voglia di leggere un bel libro”, ho deciso che mi sarei fatta guidare dall’ispirazione, e ho preso in prestito “Sostiene Pereira”. Uno dei libri più belli mai letti. Uno stile formidabile, una storia coinvolgente, emozionante. Ricordo che lo stavo leggendo in aereo durante il viaggio in Andalusia con la mia classe, era la gita del 4° anno di Liceo. Ricordo che ero rimasta incantata da quella ripetizione ad ogni inizio e fine di capitolo dell’espressione “Sostiene Pereira”, ricordo quanto mi fossi affezionata a quel personaggio, così profondo, così umano: parlava con la fotografia della moglie morta, perché gli mancava, perché era strano. Un personaggio coraggioso però, ma non sto qui a spiegarvi il perché, altrimenti vi rovino il finale.
E poi, nel 2010, per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea, dovevo scegliere 4 libri da leggere, e tra questi c’era anche il suo “Notturno Indiano”. L’ho comprato, mi piaceva già il modo in cui era stato realizzato. Piccolo, con la copertina blu tipica di “Sellerio Editore Palermo” (se avete letto Camilleri sapete di cosa parlo), leggero. Ma sapevo di avere tra le mani un grande libro. Mi ci ero già imbattuta il 20 aprile del 2009, quando al corso di scrittura creativa il professore Carini ci diede l’incipit di questo romanzo, chiedendoci di continuarlo a nostro piacimento. Chiaramente quello che uscì fuori non era neanche paragonabile a ciò che avrei letto più di un anno dopo. “Notturno Indiano” è un viaggio nelle stanze degli hotel, nelle sale di ospedali, nelle strade dell’ India, ma soprattutto è un viaggio alla ricerca e scoperta di sé, tante immagini essenziali che però rimangono ben fisse nella mente. Quando penso all’India penso automaticamente a questo libro, è come se ci fossi stata anche io. E quando un’opera letteraria ti fa viaggiare sull’ onda delle sue parole, delle sue pagine, non puoi non concludere che quella è una grande opera e che chi l’ha scritta rimarrà nella tua storia personale e in quella culturale. Ma ciò che Tabucchi ha fatto per me non si riduce solo a questo: lo scorso anno all’Auditorium Parco della Musica ho avuto il privilegio di partecipare alla giornata dedicata a lui nell’ambito della manifestazione “Libri Come”. Ad un certo punto  ha parlato della “Nostalgia dell’irreversibile”. Ho riflettuto tanto su questa espressione, su cosa volesse dire per me, ma non sono ancora arrivata ad una conclusione. I grandi scrittori smuovono gli ingranaggi della mente, e lui lo ha fatto.
Antonio Tabucchi, per questi motivi, a poco a poco è diventato importante nella mia vita. So che è stato così anche per altri lettori, e questo è perché Tabucchi era un intellettuale di grande spessore, uno scrittore straordinario. Oggi ci ha lasciato qualcuno a cui la morte non imporrà mai il suo silenzio. 

 

14 marzo 2012

Conosco un momento migliore



Conosco un momento migliore. Sta in un posto migliore, quel posto che trovi in un tardo pomeriggio di febbraio, quando è troppo buio per scoprirlo e allora lo conservi nella memoria, in attesa del momento peggiore, quando serve qualcosa di bello per non cedere del tutto alla negatività.
È quel posto che quando ti si ripresenta agli occhi in una mezza mattinata assolata di marzo ti costringe a posare i passi sui propri san pietrini, a salirne le scale, ad ammirarne gli scorci. E basta poco, basta davvero poco per sorridere e pensare a come sarebbe bello essere lì con la persona che ami, dimenticando per un istante la tristezza.
Ci sono tanti momenti migliori, conservati in una miriade di posti migliori a Roma. Basta perdersi per scovare i paesaggi che risollevano l’animo, che accendono lo sguardo.
In un articolo un po’ banale su Parigi ho letto che la capitale francese è l’unica città che possa ancora definirsi suggestiva. Il tizio si sbagliava, forse lui non si è mai perso a Roma in un mezzogiorno assolato, probabilmente non si è mai lasciato guidare dall’ istinto.

25 febbraio 2011

Dall'agenda nel comodino, puntata X(alla seconda)



La Condizione Umana
 
Non ci si può più affacciare da una finestra durante un’assolata mattina romana senza alcun motivo pratico se non per ammirare la luce che dona bellezza a quelle superfici artificiali che altrimenti sarebbero solo fredda utilità.
Gli Altri infatti non sporgono il naso, ma le mani. E le mani talvolta reggono e scuotono una coperta su cui giacciono i reperti assonnati della notte, oppure una tovaglietta di quelle coi quadroni bianchi e rossi su cui delle briciole di biscotti dimenticate fanno fatica a rimanere aggrappate in quel momento di sospensione nel vuoto mattutino.
In una situazione del genere colui che vuole scrutare l’aria fresca è in assoluto svantaggio, non può lamentarsi dei reperti della notte e delle dimenticate briciole di biscotti che gli piombano in testa, perché quelle mani gli diranno “e tu che ci fai qui? Rientra dentro, non stai facendo nulla!” e come dare loro torto?
Perciò, forse nella notte, quel naso e quegli occhi curiosi saranno più liberi di guardare il mondo, magari lo inventeranno, perché l’assenza di luce del mattino modifica le forme e le rende ugualmente affascinanti.

18 gennaio 2011

Come un vetro della più fragile fattura


Tu mi conosci? Tu sai come sono? No, perché...
Perché altrimenti non tornerebbe tutto a vorticare verso quei tempi che ogni volta credo andati, ma che, puntuali come solo le cose che odiamo sanno essere, tornano a solleticare la memoria di una bambina che scappava piangendo, sbattendosi porte dietro porte dietro voci dietro ghigni dietro altre porte dietro volti dietro vuoti. E torna l'impotenza e il rimaner bloccata dietro a tante parole che non sanno uscire, perché...
Perché se il tempo non fosse circolare tutto questo non accadrebbe ogni volta e io non cadrei come un vetro della più fragile fattura.
Ilaria Pantusa
(De Chirico, "L'enigma dell'ora")

30 dicembre 2010

Buoni propositi


Ecco l'unico punto a cui voglio giungere con tutta me stessa, non solo quest'anno, ma nel corso di tutto il resto della mia vita...
"Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio"
(Italo Calvino, Le città invisibili, pag. 164).
E non lo auguro solo a me, ma a tutti coloro che, da qualche anno o solo da qualche mese, hanno deciso di cercare e di saper riconoscere il non-inferno insieme a me.

22 dicembre 2010

The Clash, Sandinista. 'The only band that matters'


Oggi ricorre l' 8° anniversario della morte di Joe Strummer. Come non potevo celebrarlo nel blog che porta il nome di una splendida canzone dei Clash? Per di più la rubrica musicale ha rubato il nome ad un altro loro brano, dunque è mio dovere di folle amante dei Clash pubblicare la recensione di 'Sandinista!'.
Da 8 anni il mondo è meno bello. R.I.P. Joe Strummer

La musica non sarebbe la stessa se i Clash non fossero esistiti. Loro l’hanno riscritta, mescolata e hanno mostrato il volto costruttivo del punk, se di punk si può parlare.Sandinista! è il lavoro più ricco di contaminazioni del gruppo britannico, reggae, dub, rap, rock si incontrano e si uniscono a testi di denuncia sociale e politica, volti a far riflettere, per una realtà migliore che non si bruci nel “No future” digrignato dai Sex Pistols. Il titolo stesso vuole essere provocatorio: si riferisce al movimento di liberazione nazionale nicaraguense che negli anni ’60 andò al potere scacciando il dittatore Somoza. La politica dei sandinisti scatenò la reazione degli USA, i quali finanziarono i gruppi dei controrivoluzionari per far scoppiare la guerra civile. La critica agli USA è inoltre presente nel brano “Washington Bullets”, riferendosi, oltre che a quella cubana e nicaraguense, alla vicenda cilena, che vide gli americani sostenere il generale Pinochet nel colpo di Stato contro il governo del leader comunista Salvador Allende. Non manca l’amore per la musica, espresso in brani come “Corner Soul” o “If Music Could Talk”, in cui alla denuncia sociale si aggiunge il potere delle note.
Un gruppo diventa immortale quando la sua musica parla il linguaggio del presente e i Clash l’immortalità ce l’avevano nel sangue.
 
   Pubblicato sul n° 3 de 'Il Nuovo Cittadino', novembre/dicembre
Ilaria Pantusa


20 dicembre 2010

Arcade Fire, "The Suburbs" - Recensione


 
Arcade Fire
"The Suburbs"
Anno: 2010
 
Loro sono gli Arcade Fire, vengono dal Canada e The Suburbs è un invito a immergervi nel loro colorato, esaltante e, a tratti, malinconico mondo. Con il loro 3° album confermano il talento che hanno dimostrato in precedenza, quando hanno conquistato il cuore e le orecchie di giganti della musica quali U2, Coldplay e David Bowie.
The Suburbs ha una struttura circolare e infatti il brano di chiusura, The Suburbs (continued), riprende il motivo (e lo addolcisce, riempiendolo di sensualità), del brano di apertura, ma ancora più particolare è il fatto che alcune canzoni hanno un doppio dall’umore e dal volto completamente opposto, a volte energico, a volte esuberante, altre cupo. Le voci di Win Butler e Régine Chassagne, la prima roca e a volte cupa, l’altra sempre dolce, sempre morbida, si uniscono creando un’armonia al limite della perfezione, completandosi a vicenda. Non mancano certo i nei (Month Of May, dal ritmo scontato e Sprawl I, che invece manca di ritmo). Eppure le perle sono tante (The Suburbs, Ready To Start, Sprawl II) e fanno dimenticare gli episodi meno riusciti.
Nelle periferie canadesi soffia il vento dell’armonia e dell’amore per la musica del passato, del presente e del futuro, quella musica che sa sempre essere originale, quella che gli Arcade Fire sanno creare con sapienza e devozione.
 
Pubblicato su “Il Nuovo Cittadino”, n° 3 novembre/dicembre
 
Ilaria Pantusa
 
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11 dicembre 2010

Il gran baccano dell'inutilità


Un gran tumulto, un gran vociare, bicchieri a terra e brillanti discorsi che solcano l’atmosfera.
Giochi di sguardi e uomini e donne che fingono di ascoltarsi.
Bambini che corrono, bambini che gridano, altri in silenzio dietro la gonnella della madre.
Una vecchia signora osserva da lontano, pensa.
Il mondo è su di un vassoio e tutti stan su quello, il mondo è un vassoio e nessuno lo sa, il mondo è un vassoio che appena inclinato fa scivolar tutti via. Il mondo si rovescia e l’indifferenza lo governa nel gran baccano dell’inutilità.
Ilaria Pantusa
(16 febbraio 2009)

09 dicembre 2010

Punti di vista


 
Quei posti ricordavano a mia sorella l’infinito.
Poteva scorgerlo fra i rami degli alberi, fra le vallate frastagliate, fra quei borghi che affacciavano con caparbia imprudenza sul vuoto.
L’infinito era per lei ovunque, anche nei nostri giochi d’infanzia, quando correvamo fra i campi con i nostri amici, quando ci buttavamo fra l’erba alta a cercar le formiche.
Io l’infinito lo potevo scorgere solo nella distanza che separava il mio presente da quel passato da bambina, non c’era nulla di più bello e triste.
Ilaria Pantusa
(9 febbraio 2009)

08 dicembre 2010

Un tuono


Il temporale era iniziato.
La pioggia scrosciava sui tetti e rinfrescava le chiome degli alberi che non sentivano l’acqua da settimane.
I passanti si rifugiavano correndo sotto i loro grandi e grigi ombrelli e la città si andava a poco a poco paralizzando nel suo solito caos.
Il gatto, che era stato attirato dal tuono e alla finestra osservava questo scorcio di vita, saltò sul letto e si riaddormentò cullato dal rumore della pioggia.
 
Ilaria Pantusa
(9 febbraio 2009)

07 dicembre 2010

La tela perfetta



 
Il ragno era rimasto intrappolato nella sua stessa tela.
Da anni cercava di creare la tela perfetta, quella più grande, quella più resistente.
E ci era appena riuscito.
Ma la tanto bramata perfezione della sua “opera architettonica” si rivelò essere la sua tomba e infatti vi morì poco dopo.
Ilaria Pantusa
   (10 dicembre 2007)

06 dicembre 2010

Gente che corre




La gente corre. È un dato di fatto.
La gente lo fa, di notte, di giorno, e non se ne accorge.
Si corre in così tanti modi diversi, per così tanti motivi differenti.
E perché noi, che stiamo lì a scrutarla nei suoi rapidi movimenti, dovremmo fare qualcosa per fermarla?
D’altronde anche noi corriamo e anche noi non sappiamo perché, non sappiamo come. Corriamo e basta.
Potremmo anche chiudere gli occhi per la troppa stanchezza e non vedere più nessuno muoversi freneticamente su quella salita che stiamo percorrendo in questa notte di luna piena.
Potrebbe portarci una piacevole sensazione in grado di scaldarci quanto il sollievo il non vedere più nessuno fuggire a quel modo, nello stesso modo in cui lo stiamo facendo noi.
 
Ilaria Pantusa
(4 febbraio 2008)

Ciò che avete appena letto è la mia rielaborazione di "Gente che corre" di Kafka. Ed ecco il racconto originale:
"Se camminiamo di notte per strada e un uomo ci corre incontro, visibile da lontano, perché la strada è in salita e c’è la luna piena, non faremo nulla per trattenerlo, anche se è debole e lacero, anche se qualcuno lo insegue gridando, ma lo faremo continuare nella sua corsa. È notte e non è colpa nostra se la strada sale sotto la luna piena, inoltre può darsi che i due abbiano inscenato l’inseguimento per gioco, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito senza colpa, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla uno dell’altro e ciascuno corre, per suo conto, a letto, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato. E, a ultimo, non ci è lecito essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Che sollievo non vedere più neppure il secondo."
(F. Kafka da “Contemplazione”, 1913)

29 novembre 2010

Seduti. La scuola deve continuare


Seduti. La lezione ancora non è finita. E fate entrare anche i vostri genitori, che ascoltino anche loro. Aprite il libro a pagina Costituzione e leggete cosa c’è scritto. Bene, ripetete con me, “l’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e ancora “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Adesso andate a pagina Precariato e Disoccupazione:
L’anno scolastico 2010/2011 è appena iniziato e la riforma Gelmini, promettendo migliore qualità dell’insegnamento, ha intanto in programma il taglio di 135mila posti di lavoro, cioè 135mila insegnanti saranno licenziati nel giro di un anno. Questo cosa vuol dire? Avanti, tu lì in fondo, rispondi. Esatto, vuol dire che i due principi che abbiamo letto prima non vengono rispettati. Ma aspettate, non è tutto. Ci sono tante scuole come la vostra in cui non ci sono insegnanti. E allora che si fa? Bravissima. Si chiama un altro insegnante, il cosiddetto precario, quello che scende in piazza a protestare ogni anno perché per lui lavorare, oltre che un diritto, è vita, è soddisfazione. Quello che se viene licenziato o ha un punteggio troppo basso nella lista del provveditorato non lavora e allora fa lo sciopero della fame rimanendo nella zona d’ombra della società italiana, quella verso cui lo sguardo dei maggiori media e della politica rimane indifferente.
Passiamo a pagina Qualità dell’apprendimento e Continuità. Perché quelle facce perplesse? Cosa c’è che non va? Ah, il ministro Gelmini ha detto che tutto ciò che ha fatto finora è volto a migliorare la qualità della scuola e ad assicurare la continuità dell’insegnamento? Allora parliamo delle ore scolastiche tagliate alla storia, alla geografia, alla storia dell’arte, alla letteratura italiana e alle lingue straniere. Parliamo, ad esempio, delle 3 ore di matematica durante l’ultimo anno di liceo scientifico e del fatto che i professori devono correre per finire il programma e lasciarsi così alle spalle le vittime degli integrali e delle derivate.
Intanto le cattedre sono vuote e solo 16mila insegnanti sono entrati di ruolo quest’anno. Questo cosa vuol dire? Lo chiedo a voi.
 
Ilaria Pantusa
 
(Articolo pubblicato su Il Nuovo Cittadino n°3 novembre/dicembre)

26 novembre 2010

Fraintesa


Fraintendimento. Bella parola vero?
Pensate, nella mia vita son stata fraintesa 10.598,9 volte.
Come faccio a saperlo?
Basta mescolare un po’ di ricordi dimenticati insieme a facce che non si vedono più. Poi son da aggiungere quelle poche volte in cui il volume della propria rabbia è aumentato e qualcosa come il senso di colpa. Un pizzico di coda di paglia ed il fraintendimento è pronto. Basta poi pesarlo sulla bilancia della propria coscienza ed è così che saprete quante volte siete stati fraintesi.
Qualcuno potrebbe obiettare su cosa c’entrino il senso di colpa e la coda di paglia.
Il loro zampino c’è sempre. Sempre.
Fin da quando ero piccola, anche se la colpa era degli altri, l’unica che si castigava ero io. E allora nel fraintendimento il senso di colpa gioca un ruolo fondamentale, perché è sempre un po’ colpa di se stessi se gli altri non capiscono cosa diciamo. A volte parliamo a voce troppo bassa, talmente bassa che anche un sussurro è più limpido. Altre volte invece urliamo, e le nostre grida si confondono con il rombo di una moto che a cinquanta chilometri da noi sta correndo per andare chissà dove.
Conseguenza immediata del senso di colpa è la coda di paglia. Eh sì, perché una colpa sicuramente ce l’ho. E’ ovvio, è logico, è certo, è chiaro, è matematico, è scientifico, è provato, è testato, è risaputo.
E’ falso.
Il motivo per cui crediamo di meritare la decapitazione è l’unico che non ce la fa ottenere.
E allora altre congetture, altri ricordi da tirare fuori, ma quelli non vengono a galla. No, proprio non capiamo dove sia quella mano di colore che non andava bene, l’increspatura del foglio di carta sul quale si stava scrivendo la lista della spesa.
Capita di essere stati fraintesi, di sentirsi con le spalle al muro come chi è stato condannato alla pena capitale ed invece è innocente, ma lo si scoprirà solo dopo che la sua cenere volerà nel cielo.
Sono stata fraintesa 10.598,9 volte. Neanche so perché.
                                            

24 novembre 2010

L'intelligenza che protegge dai tranelli



 
Boccaccio è affascinato dalla prontezza dell’ingegno umano e spesso, nella letteratura sia antica che moderna, simbolo di questo ingegno sono gli ebrei.
Infatti, il popolo ebraico, vittima dalla notte dei tempi delle più nefaste persecuzioni, vittima dell’antisemitismo, è visto spesso come il nemico, colui da cui diffidare, ma è anche colui che grazie alla sua saggezza riesce a cavarsela nelle situazioni più ardue.
La letteratura medievale presenta ben due esempi, con una vicenda fra l’altro molto simile. Uno proviene dal Novellino (il cui autore è sconosciuto), mentre l’altro dal Decameron.
In entrambi sono protagonisti un sultano e un giudeo, e in entrambi il sultano ha bisogno di denaro per alcuni problemi che lo affliggono, mentre il giudeo è colui che deve prestargli la moneta. Ora, sia il sultano di Boccaccio che quello del Novellino vogliono porre una trappola all'ebreo, e il prescelto, in entrambi i casi, riesce a non cadere nel tranello grazie alla sua intelligenza.
La novella di Boccaccio è ricca di particolari, sia nella trama che nella caratterizzazione dei personaggi. Infatti, Saladino il sultano è un uomo di prestigio, il quale ha speso molto per le battaglie che ha vinto e per i lussi in cui si è rifugiato. È inoltre un uomo avaro, ed è questa la ragione del tranello nei confronti di Melchisedech.
 
 
Melchisedech il giudeo è invece un usuraio di Alessandria, è ricco ed è anche “savio uomo” e grazie a questa sua dote si accorge da subito della beffa.
Il racconto contenuto nel Novellino non dà un volto ai personaggi, ma ne accenna solo le intenzioni. È tramite la conversazione che si evince l’esito positivo della vicenda.
Infatti, non c’è alcuna anticipazione riguardo le doti intellettive del giudeo, ma queste vengono fuori solo grazie a ciò che dice, alla narrazione grazie alla quale si sbriglia dal tranello.
Con la descrizione che Boccaccio fa del suo giudeo, invece, il lettore è già consapevole delle ingegnose capacità dell’uomo e quando le vede messe in azione nel racconto che egli riferisce al sultano, chi legge non se ne sorprende più di tanto. È vero che lo spazio per la narrazione è limitato, ma quel poco che le viene dedicato è fondamentale, perché aiuta il lettore a comprendere in cosa consta l’ingegnosità dell'usuraio ebreo.
E così, la semplicità del racconto contenuto nel Novellino dà l’impressione che l’intelligenza, la genialità, siano doti naturali nell’uomo, soprattutto in coloro che hanno sempre corso enormi rischi nella loro vita e si trovano di fronte ad un altro rischio, forse più grave, forse meno arduo, comunque pronti, comunque vigili.
La struttura ben più complessa della novella di Boccaccio esprime invece il fatto che dietro ogni azione che l’uomo compie c’è sempre un ragionamento, un antefatto che ha preparato l’uomo in questione alle dure prove della vita. Il giudeo, anche se capisce immediatamente che c’è il tranello, non lo dà a vedere. Prima c’è la pausa della narrazione durante la quale Boccaccio descrive i pensieri di Melchisedech, pausa che quasi rappresenta il secondo prima di iniziare a parlare, quando con un respiro si raccolgono le idee ed i pensieri e, parola dopo parola, ci si guadagna la stima, l’approvazione dell’interlocutore.
È in questi sottili particolari che l’amore di Boccaccio nei confronti dell’ingegno umano si palesa.
 
Ilaria Pantusa

23 novembre 2010

Il concerto



 
Avete presente quella canzone che non dimenticherete mai? Quella che aleggerà per sempre nel vostro animo perché con i suoi saliscendi di note ha regolato il battito del vostro cuore? “Il concerto” fa questo effetto. Musica, colori e folclorismo vi si intrecciano creando una sinfonia perfetta, che inizia lentamente, quasi in punta di piedi, come il suo protagonista, Andrei Filipov, l’ex direttore d’orchestra del teatro Bolchoi di Mosca, che trenta anni prima si è dovuto reinventare uomo delle pulizie del teatro stesso per non aver obbedito al partito Comunista, che gli aveva ordinato di licenziare dall’ orchestra i musicisti ebrei. E mentre la melodia interiore del film cresce, il destino sorride ad Andrei. Da una Mosca sporca, arretrata e post-sovietica, il direttore e la sua ricomposta e chiassosa orchestra si ritrovano a Parigi come ospiti d’onore del teatro Chatelet. Qui Andrei non ritroverà solo Tchaikovski, il suo passato e le sue nevrosi, ma si ricongiungerà con l’“armonia perfetta e assoluta della musica”, quella stessa musica che sul finire cresce impetuosamente, riempie il cuore, colma gli occhi di lacrime e lascia senza fiato. “Il concerto” di Radu Mihaileanu è un esempio magistrale di Settima Arte, gli interpreti interagiscono con naturalezza e riescono a lasciare il segno, facendosi inseguire con divertita passione nelle loro vicende, mentre un mondo, quello della Russia post-sovietica, si mostra in maniera quasi tragicomica, immerso nei suoi mille splendidi volti. “Il concerto” è il film che tutti coloro che hanno voglia di meravigliarsi dovrebbero vedere.
 
Questa recensione è stata selezionata per il concorso di critica cinematografica indetto dal sito Mymovies nel 2010
 
Ilaria Pantusa

21 novembre 2010

il Faber dei reietti della vita



I testi di Fabrizio De André hanno sempre avuto la capacità di far riflettere. Con la profondità poetica che lo ha sempre caratterizzato ha scavato nell’animo umano in maniera non sempre indolore. Infatti è stato spesso criticato dai “benpensanti”. Uno dei brani più discussi di De André è sicuramente “Bocca di rosa”, contenuto in “Volume 1” del 1967. In questa canzone si narra la storia di una donna passionale e libertina amata e rispettata dagli uomini del paese e naturalmente invidiata dalle donne “cornute” che la considerano una prostituta. La narrazione è corale, il punto di vista si alterna tra quello delle donne gelose e quello degli uomini salutati dall’amore della donna. Quest’ultima è vista da De André con simpatia e delicatezza.
 
 
 
Infatti Faber ha sempre voluto mettersi dalla parte degli scarti di una società benpensante ed incoerente. Fa lo stesso 30 anni dopo, quando nel 1996 esce “Anime salve”, ultima raccolta di inediti. Apre l’album “Princesa”, una canzone che racconta la storia di un transessuale, Fernando, a partire dalla sua infanzia. A Fernando il suo corpo è sempre andato stretto e la soluzione più adatta per stare bene con la sua vera essenza è l’intervento chirurgico. Fernando morirà in grembo a Fernanda e per lei inizierà una nuova vita, prima in mezzo ad una strada “palcoscenico della sua vita”, poi accanto all’amore trovato in un “avvocato di Milano”. È ancora la poesia a trionfare, è ancora la riflessione a guidare l’ascolto, è Fabrizio De André che non ha mai smesso di cantare i reietti della vita.
 
Maggio 2010

20 novembre 2010

La banda degli onesti



Recensione film ‘’La banda degli onesti’’
Anno: 1956
Cast: Totò, Peppino de Filippo, Giacomo Furia, Gabriele Tinti
Regia: Camillo Mastrocinque
 
 
“La banda degli onesti” è una passeggiata nella Roma in bianco e nero degli anni ’50 con Totò, Peppino e le loro malefatte. Uno portiere di un grande condominio romano, l’altro tipografo della zona, entrambi onesti. Ma il caso, gli eventi vogliono che i due siano tentati da quelle mitiche diecimila lire, che riprodurranno insieme ad un amico imbianchino. E tra un fraintendimento e l’altro, l’epilogo di questa storia sorprenderà gli stessi protagonisti, che non potranno fare a meno di regalare risate fino all’ultimo istante.
Splendidi i cambiamenti d’espressione di Totò, la sua camminata zoppicante, il suo collo che allungandosi e accorciandosi diventa espressione di ciò che avviene nel suo animo, i suoi inimitabili giochi di parole. E quando Totò dice: “Ah sì, sì, ne ho sentito parlare di questi biglietti da diecimila in circolazione!”, si ha la sensazione che il tempo rimanga sempre fermo e che se una volta erano diecimila lire, ora sono 500€ e l’unica differenza è che Totò non è più qui a farci ridere delle nostre disgrazie.

 
Ilaria Pantusa
 
Pubblicato su "Icaro", n°4 ottobre/novembre 2010

12 novembre 2010

Le tre vedove


Ecco un altro "esercizio di stile", improvvisato quasi due anni fa durante il famoso corso di scrittura creativa. Questa volta dovevo "animare un quadro": Les Alyscamps del grandissimo Gauguin. Buona lettura e buona visione, è il caso di dirlo.

http://www.fabulousmasterpieces.co.uk/USERIMAGES/Les_Alyscamps.jpg

Tre donne, tutte e tre sorelle, tutte e tre vedove, passeggiavano lungo un piccolo e limpido fiumiciattolo, adagiato su di un lieve pendio di collina.
Le tre, Charlotte, Annette e Roxette parlavano dei bei tempi in cui si divertivano coi loro bei mariti all'ombra degli alberi alle loro spalle.
"Ricordate quando Jacque, per farci ridere, si è andato a buttare proprio qui, in queste acque e ci stava per affogare?" disse Charlotte e le altre risposero all'unisono con risate squillanti.
"Che bei fiori che gli hai portato Roxette!" Affermò Annette. "Il fioraio me li ha fatti pagare la metà. A mio parere ha delle mire". E le altre scandalizzate cominciarono a farfugliare che no, lei è una donna in lutto, la dignità, il rispetto verso Pierrot, Pierrot che era così gentile, Pierrot che era così simpatico, "Pierrot l'ho tradito una volta da quando se n'è andato", disse Roxette, "Pierrot mi manca tanto", disse Roxette, le altre in silenzio, a rintanarsi nel ricordo dei loro mariti, per non ascoltare la sorella indegna, che già volgeva lo sguardo agli alberi verdi che sapevano di primavera.
 
(30/03/09)
 
Ilaria Pantusa




05 novembre 2010

Potenzialità



Questa mattina sono arrivata ad una conclusione. Conclusione che è l’inizio di un viaggio in questo mondo desolato e malaticcio, un mondo in cui viviamo e in cui ci stiamo arrendendo in nome di un dio denaro dagli occhi iniettati di sangue e oro nero.
Ieri sera ho finito di leggere un libro di Jonathan Coe, “Circolo chiuso”, il seguito de “La banda dei brocchi”. In quest’ultimo si narrano storie che hanno come decisivo sfondo i fatti dell’Inghilterra degli anni ’70 e il suo seguito ha ancora come decisivo sfondo i fatti dell’Inghilterra dei giorni nostri. E quel ritratto era uguale ad un altro che ho visto io. Inizialmente non ricordavo dove, ma poi a poco a poco l’immagine si faceva più nitida, e allora mi tornavano in mente le pagine dei libri di storia, la storia di un’Italia remota non troppo distante da questa, e ancora gli articoli e le immagini dei telegiornali e le parole della gente sulla metro, i discorsi di verdi, leghisti, destra e sinistra, razzisti, omofobi, ignoranti. In questi due libri ho letto la decadenza che sta attraversando il mio paese natio, e mi hanno risvegliata dalla torbida illusione che solo qui ci fosse un buco nero incolmabile. Forse ho capito che quel buco nero sta attraversando l’intero mondo occidentale e ha un’origine, “perché quando vai al sodo, ogni cosa ha una causa”. Stavo pensando di affibbiare la colpa all’America e al Capitalismo, e forse sembrerà ovvio, forse sembrerà quasi scontato, oppure troppo semplicistico, ma credo che sia proprio così.
L’Italia sta perdendo la sua identità e da quanto ho potuto leggere, quell’identità sta sbiadendo anche in Inghilterra. Quando parlo di identità non mi riferisco a quella nazionale, ma intendo dire che stiamo vivendo in un periodo di decadenza culturale tale che ormai intellettuali, scrittori, artisti sono relegati ai piani impolverati della società, non sono più i “fari del popolo” (e questo è un processo che si trascina ormai da più di un secolo, lo so bene). Ma non è solo l’esigua importanza che si dà ad artisti ed intellettuali, il problema è che si è instaurata da ormai molto tempo un altro tipo di cultura, quella dello spettacolo, degli indici di ascolto, del vuoto. Da cosa proviene questo vuoto, chi ce l’ha trasmesso? Possibile che questo virus sia “autoctono” e si sia diffuso ovunque alla velocità della luce? In cosa possono essere ritrovate le cause? So di non essere una sociologa, ma mi rendo anche conto del fatto che ci sono troppe cose che non quadrano e che non siamo i soli a vivere questa realtà, e prima ce ne renderemo conto, prima qualcosa cambierà, forse. Non possiamo pensare di badare solo al nostro piccolo orticello quando tutto il mondo sta annegando insieme a noi, siamo nell’era della globalizzazione, ma ciò non deve necessariamente significare che siamo in un’era negativa e dunque dobbiamo accettarla per come è. Potremmo sfruttare questo rimpicciolimento del mondo, questo avvicinamento degli spazi, questa velocità nella comunicazione per unire le forze e abbattere questo muro di silenzio, di vuoto, di ignoranza e di fame di denaro. Ormai sono dell’idea che il capitalismo sia la rovina di questo mondo (e non parlo da comunista, dato che non lo sono, è una semplice constatazione oggettiva ed obiettiva), e sono dell’idea che gran parte di questa decadenza derivi da esso.
So che la decadenza culturale non è l’unico problema che stiamo attraversando, ma sono convinta del fatto che la precarietà del lavoro, la mancanza di onestà e la paura dell’Altro derivino da un’ignoranza di fondo, da una superficialità fin troppo tangibile. È questo che deve cambiare. Diamine, abbiamo un cervello, usiamolo! Come possiamo crederci esseri dotati di Ragione se non facciamo assolutamente nulla per far funzionare le cose in nome della collettività? È questo che deve cambiare, dobbiamo renderci conto delle nostre potenzialità perché fino ad ora non abbiamo fatto altro che distruggere. Noi possiamo ricostruire, ma dobbiamo abbattere quel muro di instabilità, ignoranza e vuoto.

30 ottobre 2010

Silenzio a Bombay


Questo piccolo esercizio creativo risale a più di un anno e mezzo fa, quando seguivo un corso di scrittura creativa nel mio vecchio liceo. In questo caso sono partita dall'incipit di un romanzo ben noto e ho continuato per la mia strada.
"Il tassista aveva una barba a pizzo, una reticella sui capelli e un codino legato con un nastro bianco." (Da "Notturno indiano" di Antonio Tabucchi)
Il tassista aveva una barba a pizzo, una reticella sui capelli e un codino legato con un nastro bianco. Doveva essere per forza un matto. Cosa c'entrava quella reticella coi suoi capelli? E col fatto che portasse un taxi?
Poi ad un tratto parlò. Pensieri sconnessi, parole che non avevano significato messe l'una accanto all'altra come faceva lui. Io guardavo fuori, facendo finta di nulla. Poi il silenzio. "Si fermi qui, sono arrivato, quant'è?", ma non rispondeva. "Mi scusi, avrei fretta, quanto le devo?", ancora nulla. Pensai di prendere venti sterline, che erano più o meno ciò che gli dovevo, e di dargliele, ma ad un tratto fece un gesto. Un gesto che non aveva senso. Aveva sollevato entrambe le mani e le aveva posate sul mio braccio. Lo sguardo fisso su quelle sue mani. "Ho sentito i tuoi pensieri, io non sono matto, ho solo imparato ad ascoltare il silenzio e a parlare con lui". Restai interdetto, in silenzio, sentivo che il mio volto aveva assunto un'espressione idiota mentre fissavo quello strano uomo. "Appena ti stanchi del caos che hai intorno, fermati e ascoltalo. Poi tira tu le conclusioni. Ah, sono quindici sterline". Con gesti automatici gli diedi quelle venti sterline che già avevo in mano e me ne andai, in silenzio, col silenzio nelle orecchie.    
(20/04/09)