27 marzo 2015

C’è la musica in streaming e poi c’è la radio e c’è ancora La Radio…

Ci sono cose che la tecnologia non ridarà mai indietro, nel suo offrirci servizi e renderci la vita più comoda. Su tutte, il calore umano.
Non parlo della superficie liscia e metallica di un robot le cui braccia un giorno saranno in grado di cingerci e neanche di software futuristici in grado di organizzarci la giornata, scrivere lettere per noi e (forse) amarci platonicamente, come in Her.
Parlo di qualcosa di molto più quotidiano e alla portata di chiunque sia in possesso di pc, smartphone e tablet: i programmi di musica in streaming.

Quando Spotify è approdato sulle coste dello Stivale pensavo a un dono dal cielo. Migliaia di brani e tantissimi gruppi e cantautori fruibili gratuitamente, dovendo sopportare solo qualche manciata di minuti di spot pubblicitari ogni ora. Ma in confronto a quel ben di Dio quasi non sentivo la ridondanza dei jingle e delle voci entusiaste nel cercare di vendermi un prodotto qualsiasi, dall’abbonamento a Spotify Premium allo spettacolo del Circo de los horrores. 
Questo programma permette di tutto, dal creare playlist all’ascoltare radio di tutti i tipi, suddivise per generi, artisti, decenni, umori e momenti della giornata. Il modo migliore per scoprire musica in streaming. Eppure, eppure qualcosa manca.

Essendo cresciuta musicalmente e interiormente con la radio, quella vera, quella fatta da persone che parlano di musica, che prima di mandare un brano aprono la custodia che contiene il cd e fanno sentire quel suono quasi voluttuoso di dita che estraggono il disco e se lo rigirano tra le mani prima di inserirlo nel lettore, ecco, essendo cresciuta con questo, quella della musica in streaming non poteva che essere un’esperienza a metà.
Ascoltarla in questa modalità mi aveva impigrito.
Le radio non andavano oltre i confini che si erano date da sé, facendo risultare i brani tutti uguali, piatti, noiosi, che quasi non li sentivo e diventavano come un bel mobile in una stanza ben arredata, in cui le cose però si confondono l’una nell’altra fino a sparire, per assenza di quel tocco di personalità che farebbe la differenza.
E lo stesso mi accadeva con le playlist. Mi accontentavo di inserire la modalità casuale e quel che capitava, capitava. Non avevo mai tempo per godermi un cd intero e c’erano periodi in cui non avevo fantasia né stimoli per scoprire nuova musica, nuova linfa.

Quando a 14 anni ho scoperto una radio che fino a qualche anno fa per me è stata La Radio, ma che ora si è omologata fino a perdere la propria unicità nella trasmissione quasi forzata delle novità del momento e delle chiacchiere superficiali, a 14 anni per me è cambiato tutto.
Un mondo di musica, conoscenza e stimoli mi si è aperto, e penso che sia stato determinante per il corso intrapreso dalla mia vita.
Passavo tutti i pomeriggi e le sere ad ascoltare la radio e inevitabilmente la mia cultura musicale si accresceva, insieme alla mia collezione di cd, a cui sporadicamente si aggiungeva qualche vinile, che inseguivo desiderosa con la mia paghetta di adolescente, che quindi non mi bastava mai.
Virxilio Viéitez Bértolo
Sembra quasi di parlare di pomeriggi e adolescenze da anni ’70, se non fosse per il particolare dei cd e se non fosse che quell’età della mia vita risale ad appena dieci anni fa.

Per me le chiacchiere degli speaker erano quelle degli amici di una vita.
Quando parlavano di stupidaggini mi divertivano, ma quando parlavano di musica, e lo facevano a lungo, con passione e competenza, ero una spugna che assorbiva: il calore del loro amore si aggiungeva al mio e stimolava la mia voglia di conoscere, di esplorare, di scoprire. Ho sempre amato la complessità, la varietà e in quei pomeriggi ascoltavo di tutto: rock, punk, progressive, jazz, cantautorato italiano, alternative. Tutto!

Adesso che ho svelato a me stessa il lato noioso dello streaming e che ho scoperto un’altra radio, una con la “R” maiuscola, ho ritrovato quel calore e quella passione per la musica che fanno di uno strumento risultante dal progresso tecnologico un mezzo ricco di umanità e amore.

31 ottobre 2014

"Canzone delle osterie di fuori porta" ovvero la disillusione

Per me Canzone delle osterie di fuori porta di Francesco Guccini è la canzone della disillusione, della presa di coscienza di una sconfitta. La voce stessa del cantautore sembra svogliata, inespressiva, indifferente. Nella mia mente ho un'immagine di lui mentre la incide: lo sguardo annoiato, le spalle curve, la sua figura al centro di uno studio di registrazione polveroso, immersa nella semioscurità. Non so se questa immagine possa anche solo lontanamente corrispondere alla realtà, ma Guccini stesso affermò che il periodo in cui registrò l'album che la contiene fu psicologicamente pesante.

Io però lo ringrazio per questa canzone.
Ricordo che la prima volta che l'ho ascoltata era sera tardi e stavo sentendo la radio. La voce vellutata dello speaker, annunciandola, aveva detto: "Ora vi lascio con un lungo brano di Guccini", e io istintivamente avevo pensato "oh no!", ma poi mi è bastato ascoltare le prime note per lasciarmi coinvolgere. Da allora non c'è stata una volta in cui non le abbia dedicato tutta la mia attenzione, che è stata ripagata, sempre.

Sì, perché grazie a questo brano ho ricordato una cosa di cui da adolescente ero molto più consapevole e di fronte a cui ero molto più vigile di quanto lo sia ora: la disillusione si insinua in modo sotterraneo nello spirito e lo mina, intaccando la reattività e la capacità di sognare, nonché la voglia di costruire e costruirsi, che spesso necessita della spinta propulsiva data dalla dolcezza dell'illusione.
Non accosto a caso la parola "dolcezza" alla parola "illusione": per me anche ciò che illude è reale, almeno finché ci credo. Posso farcela, se lo credo tale. Nulla è già certo e reale e solido, perché ogni cosa è in divenire, e se ho la forza di vedere la vita in questa maniera, allora tutto è ancora e sempre possibile.

Ecco, la disillusione pone e impone un velo davanti agli occhi che impedisce loro di percepire la luminosità di un sogno, di una possibilità, e così accade che "si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina, ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima".

Canzone delle osterie di fuori porta dice tante altre cose, riferendosi anche alla storia di quegli anni: "Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte, son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte" e per me è impossibile non pensare alla strage di piazza Fontana (12-12-1969), per molti, me compresa, un evento determinante della storia della prima repubblica italiana.
Il decennio successivo, quello nel quale Guccini scrive questi versi (1972-'74), è noto con l'appellativo di "anni di piombo" e la disillusione portata da quella bomba nel cuore di Milano aveva in effetti spezzato un incantesimo, risvegliato dal sogno dell'azione collettiva (la primavera sessantottina, l'autunno caldo, l'unione tra movimenti studenteschi e operai).

Una canzone apparentemente priva di spiragli di luce è in realtà essa stessa luce, o almeno, lo è per me. Mi ha come rimessa in guardia dallo strisciare subdolo e silenzioso della disillusione. Apro gli occhi e resto vigile, ma dentro me non smetto di sognare.



Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, 
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: 
qualcuno è andato per età, qualcuno perchè già dottore 
e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po' peggiore... 

Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto, 
delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto, 
non so se scusano il passato per giovinezza o per errore, 
non so se ancora desto in loro, se m' incontrano per forza, la curiosità o il timore... 

Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino, 
le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino, 
ma non ho scuse da portare, non dico più d'esser poeta, 
non ho utopie da realizzare: stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta... 

Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina, 
ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima. 
Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio, 
il giorno è sempre un po' più oscuro, sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio... 

Ma le strade sono piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte, 
son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte. 
Dimmi se son da lapidare se mi nascondo sempre più, 
ma ognuno ha la sua pietra pronta e la prima, non negare, me la tireresti tu... 

Sono più famoso che in quel tempo quando tu mi conoscevi, 
non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi 
e forse ridono di me, ma in fondo ho la coscienza pura, 
non rider tu se dico questo, ride chi ha nel cuore l'odio e nella mente la paura... 

Ma non devi credere che questo abbia cambiato la mia vita, 
è una cosa piccola di ieri che domani è già finita. 
Son sempre qui a vivermi addosso, ho dai miei giorni quanto basta, 
ho dalla gloria quel che posso, cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in tasca... 

Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all'avventura, 
non perchè metterò la testa a posto, ma per noia o per paura. 
Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto: 
le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto... 

Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, 
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: 
qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione, 
chi perchè stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po' peggiore...

15 luglio 2014

La storia siamo noi #1: la povertà nell'Italia di oggi e il suo uso nell'Italia degli anni '60

È di questi giorni una notizia sconcertante: in Italia ci sono 10 milioni di persone in condizione di povertà relativa (= difficoltà nella fruizione di beni e servizi rispetto al livello economico medio di vita della nazione) e più di 6 milioni di persone in condizione di povertà assoluta (= l’incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza).
I dati che vi ho riportato sono quelli dell’Istat e l’articolo sulla Stampa da cui li ho presi cita questi gelidi e insignificanti numeri. Quello che voglio fare io invece è scorgere lo spettro di realtà che dei numeri simili contengono in essi, ed è per questo che la memoria storica è un tesoro inestimabile per il presente, perché infatti mi viene in aiuto.

Il Divo, di Paolo Sorrentino, Andreotti e i suoi vecchi elettori
E allora voglio tornare indietro negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, più precisamente al tempo e ai modi in cui la Democrazia Cristiana guadagnava consensi e quindi gestiva il potere, mostrando perché questo ha a che fare con i dati Istat sulla povertà in Italia.
La Democrazia Cristiana tra gli anni ’50 e ’60 si costruisce una forte base elettorale, sia a Nord che a Sud. Queste due zone d’Italia erano molto diverse fra loro: al Nord l’associazionismo cattolico attirava le famiglie in una fitta rete di attività e organizzazioni, mentre al Sud l’associazionismo era debole, ma il clientelismo statale coinvolgeva maggiormente le famiglie. Ciò non esclude che anche al Nord esistesse il clientelismo. Ma la Dc, puntando a rafforzare la propria base di massa, vira sull’associazionismo al Nord e sull’uso clientelare delle risorse pubbliche al Sud.

Ai fini del discorso, è interessante occuparsi del Sud e di come era costruito il sistema clientelare della Dc. Innanzitutto esisteva un collegamento tra chi dispensava favori e protezione e chi li richiedeva.


Come evidenziato dallo schema, al penultimo gradino sono presenti i capi elettori e all’ultimo la “gente comune”. I primi fornivano ai cittadini dei servizi in cambio di voti. Questi servizi potevano essere la velocizzazione delle erogazioni delle pensioni o il rilascio di licenze, ad esempio per attività commerciali, che in quel periodo erano in espansione.
La gente comune, all’ultimo gradino della gerarchia, diventava cliente del partito avendo ottenuto da esso forme di aiuto o anche solo promesse.

E questo in quali situazioni poteva accadere, se non proprio in quelle di povertà e miseria? Paul Ginsborg, nel suo fondamentale “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi”, scrive: “Dove le famiglie erano numerose e disoccupazione e miseria endemiche, come a Catania, Palermo e Napoli, la possibilità che anche un sol membro della famiglia avesse accesso ai ranghi più bassi della scala clientelare aveva un’enorme importanza. Un lavoro in comune o in un’azienda locale era un premio inestimabile, perché assicurava un salario fisso e una pensione”.

 Il Divo, di Paolo Sorrentino, Andreotti e i suoi vecchi elettori


Si parla insomma di un’epoca fortemente precaria e di un sistema corrotto e clientelare, di uno Stato assente ma colluso. È un’epoca lontana dalla nostra solo in termini di anni, ma non di costumi e di modalità di gestione dello Stato.
La mia generazione e quelle di poco precedenti la mia vivono in una condizione di forte precarietà. Loro (i dirigenti, i politici, ecc.) la chiamano flessibilità, io la chiamo scusa per costringerci a nuove forme di sfruttamento. La povertà non solo è dietro l’angolo, ma per milioni di italiani, come si è visto, è una realtà. E da una situazione simile cosa ci si può aspettare?

Il passato lo abbiamo visto. La storia appare lineare, e forse lo è, ma da quando siamo consapevoli della relatività delle cose, occorre prestarle attenzione, imparare da essa per non precipitare nell’oblio della sua circolarità.

14 luglio 2014

La dinamica del ricordo #1

Ricordo che, quando ero piccola e andavo al mare coi nonni, spesso c'erano dei parenti provenienti da un'altra zona della Calabria, l'entroterra della provincia di Catanzaro.
Ricordo il loro modo di parlare duro, pieno di "u" e di "t" e ancora "c", tutte pronunciate con asprezza e aridità. E adesso mi viene in mente che quella asprezza e quella aridità sono le stesse di quella terra bruciata dal sole, spesso priva di acqua, lasciata a sé stessa nei lontani anni della Riforma Agraria.
Quasi come se la secchezza del terreno fosse penetrata nella lingua parlata da quelle popolazioni. E la lingua è cultura, storia, storie. La lingua assorbe i tratti e la psicologia di un popolo.
E in quei suoni ascolto quasi con romanticismo e nostalgia i suoni di una pianta che fatica a nascere e crescere in una terra tanto dura e ostile, e poi il sorriso di un contadino e la gioia del verde in mezzo a tanta polvere.

12 settembre 2013

Cinema Dismessi

 Il primo film in assoluto l’ho visto in un vecchio cinema-teatro giù in Calabria. Era un teatro malconcio che diventava cinema grazie ad un telo bianco calato dal tetto e sospeso nel vuoto. Un proiettore faceva il resto. Questo posto ora non esiste più, è stato demolito. Era l’unico in tutta Rossano. Quando ho visto il vuoto nel punto in cui una volta ero entrata coi miei piccoli passi di bambina, per vedere Hercules, ho avuto un tuffo al cuore.

Il primo cinema in cui ho messo piede a Roma l’ho rivisto in un pomeriggio estivo, qualche settimana fa. Pur avendolo a soli 5 minuti di distanza da casa, non passavo da quelle parti da tanto. Sono rimasta per un po’ ad osservarlo: un grosso lucchetto al cancello, i manifesti degli ultimi film trasmessi quasi una decina di anni fa, la programmazione dell’ultima settimana di attività. Per un po’ la tristezza di questa scena mi ha avvolto, ma mi sono rimessa in moto per giungere alla mia destinazione di quel pomeriggio. Eppure non riuscivo a smettere di pensarci, così sono tornata indietro per fare una foto al vecchio cinema. Poco dopo aver fatto qualche scatto, un signore, seduto su una panchina poco più avanti, mi ha chiesto perché lo stessi facendo. Gli ho risposto che io al vecchio Missouri ero affezionata. Il caso ha voluto che questo tizio fosse stato intervistato proprio il giorno prima da alcuni studenti, proprio sulla questione dei cinema dismessi. Mi sono sentita toccata da questa coincidenza.

Oggi sono passata ancora una volta là davanti e non è cambiato nulla. In quasi dieci anni, quel lucchetto, quei manifesti, quella programmazione sono sempre stati lì, come a perpetuare il ricordo di qualcosa che non può sparire così facilmente. Intanto, tra le mattonelle del corridoio che porta all’ingresso, cresce dell’erbaccia. Segno che un po’ di vita, in quel cinema, è rimasta.



08 settembre 2013

Un viaggio in treno racconta

E. Hopper, Compartment C, Car 193, 1938

 Un viaggio in treno può essere visto come un racconto da sfogliare ad una velocità media di 120km/h.
I binari sono indici di libri, libri che narrano storie d’Italia. Ogni stazione è un capitolo e, tra l’una e l’altra, il filo di un racconto si dipana e scorre davanti agli occhi. Ho letto storie di verde bellezza: pareti di alberi, tappeti di campagna. Ma anche lo squallore: rifiuti ammassati sotto i ponti, tra i fili d’erba, ai piedi di palazzine abbandonate a metà costruzione. Ho letto storie di rispetto, come storie di violenza contro un Paese bello, ma triste e maltrattato. Anche con la musica nelle orecchie o una rivista tra le mani, a tutto ciò non si può sfuggire, perché sono frammenti di vita che si impongono con prepotenza alla mente. Quei lembi di terra bruciata, quei prati di fiori colorati, tutti i milioni di contrasti di questa terra rimangono vividi nelle iridi, nei nervi, nella memoria. 

Durante un viaggio in treno da Gaeta a Napoli Centrale 18,08,2013 ore 16.21

E. Hopper, Railroad Sunset, 1929


17 ottobre 2012

"Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" #1


Ricordate il film “Quinto Potere”? Ricordate cosa urla il protagonista?
“Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”.

Prendete ad esempio il Pd, il partito ombra per eccellenza, talmente ombroso che manco si vede, ma si sente soltanto. E per l’appunto, prendete tutte le parole che pronunciano e che ci ubriacano di un indistinto bla bla bla.
La domanda che mi sorge spontanea è:
perché a noi dovrebbero interessare le primarie del Pd e il chiacchiericcio da cui si distinguono solo svariati “rottamare”, “vecchiaia”, “giovinezza”, “Renzi-Bersani-D’Alema-Veltroni”? Chi se ne frega! Io vorrei che la politica parlasse della situazione desolante del paese in cui viviamo. Certo, non mi illudo del fatto che le risposte le abbia il Pd, anche perché c’è un motivo se lo si chiama “PdmenoL”!

I buontemponi che noi eleggiamo (ma non scegliamo, grazie al Porcellum, a cui probabilmente ne seguirà un altro) non si sono mai occupati dei cittadini italiani. A quelli del Pd non sta a cuore il fatto che con la scusa della crisi sono state licenziate migliaia di persone e che grazie a ciò è difficile difendere il potere d’acquisto del singolo cittadino.
Al Pd interessa difendere Napolitano, perché il suo ex consulente giuridico D’Ambrosio parlò con Mancino, indagato nell’ambito della trattativa Stato-Mafia, suggerendogli di mettersi d’accordo con Martelli riguardo la testimonianza al processo. Tutti lo difendono a spada tratta, in tivù, sui giornali, perché lui è il Capo dello Stato e blablablà, e nessun cazzo di giornalista che ricorda a questi gran signori che non era Napolitano ad essere intercettato, bensì Mancino. Parlano con ardore della libertà del Capo dello Stato, del fatto che deve essere difesa. Ma nessuno vuole ledergliela, qui è in gioco la Verità.

Lasciamola stare la libertà.
Libertà, libertà, questa parola la masticano, la ingoiano e poi la rigurgitano sporca, puzzolente, intrisa della loro disonestà. Povera libertà, cosa ti hanno fatto? Non c’è più nessun suonatore Jones a risvegliarti, lui è sepolto nella collina con tutti gli altri.



15 ottobre 2012

C'era una volta in America...


Il titolo del terzo film della trilogia del tempo ricorda l’incipit di quelle fiabe che tutti, almeno una volta, abbiamo letto. Come le trame originali di quelle storie non proprio adatte ai bambini, C’era una volta in America racconta fatti cruenti, intrisi di sangue, il cui sapore lo si conosce fin dalla prima adolescenza.
Il 18 ottobre uscirà nelle sale la versione restaurata, contenente circa 40 minuti in più che, come racconta la figlia di Sergio Leone, lui non avrebbe voluto tagliare.
Quindi, in attesa del 18, mi son preparata vedendo il director’s cut di 229 minuti.

Finora ho visto solo altri due film di Leone: Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il West.
In C’era una volta in America ho ritrovato tutte le peculiarità del suo cinema unite insieme: la bellezza delle inquadrature, le trovate geniali per legare, attraverso l’uso sapiente della macchina da presa, tutti i fili della storia, le meravigliose musiche di Morricone, i dialoghi mai scontati, ma sempre pungenti e intrisi di saggezza, i caratteri perfettamente delineati dei personaggi sia maschili che femminili.

E a proposito di donne, le figure femminili principali di questi film sono sempre fiere, determinate, vincenti.
In un mondo selvaggio come quello del vecchio West o dell’America degli anni ’30 e ’60, dominato da uomini animaleschi che sputano, rubano, uccidono e stuprano, le donne sembrano essere le uniche ancore che assicurino gli uomini ad un qualche residuo di umanità. Un’umanità comunque rozza e sporca, se pensiamo a Claudia Cardinale in C’era una volta il West.
Il personaggio di Deborah è forse più complesso però. Lei ha un obiettivo da raggiungere e il suo cuore, apparentemente duro, viene aperto per l’unica e forse ultima volta in vita sua ad un “teppista da due soldi” che non cambierà mai. Intenso è il momento in cui lei gli legge il Cantico dei cantici e, quando lei e Noodles si incontrano anni dopo in quel ristorante sul mare, torna la poesia del Cantico, recitata da lui, tornano la bellezza e la purezza di un sentimento mai pronunciato e consumato, ma tutto questo dura poco, perché quel mondo crudo e bestiale riemerge con la tristezza e la frustrazione di sapere che quell’unico barlume di speranza, che aveva tenuto in vita Noodles durante gli anni della prigione, andrà via lontano, ad Hollywood a rincorrere il suo sogno. Ed è così che alla delicatezza di un bacio si sostituisce la brutalità dello stupro. Il cuore di Deborah si indurisce forse per sempre e i suoi occhi, 35 anni dopo, non lasciano adito ad alcun dubbio. Lei non pensava di rivedere ancora Noodles.



Leone nei suoi film ha parlato dell’amicizia in modo particolare. E infatti il protagonista principale di C’era una volta in America è il legame tra Noodles e Max, e il finale, con l’animo di De Niro assopito dall’oppio e il suo volto sorridente, lo rende evidente. La loro è un’amicizia sporca dell’asfalto della strada prima, quando Max cerca di convincere Noodles ad andare a “ripulire” le case degli ebrei fuori per la loro giornata di preghiera, ed è sporca dell’odore dei soldi dopo, quando Max consiglia ad un Noodles ubriaco e nervoso di non partecipare al colpo alla Federal Reserve.
In entrambi i casi Max si china e si lucida le scarpe, e questo gesto viene compiuto nei momenti nodali delle loro vite: quando si uniscono e quando si separano.

Questo film mi ha stregato. Non ne ho mai visto uno così assolutamente bello, e non ho mai provato prima la sensazione che tutto, inquadrature, dialoghi, personaggi, colonna sonora, fosse amalgamato perfettamente.
Magistrale il modo in cui i flashback ricostruiscono la storia, poetico il momento in cui Noodles entra nel bagno da cui spiava Deborah danzare e attraverso questo espediente e quella fessura nella parete inizia a delinearsi la vicenda.
È come se con gli occhi del protagonista, Leone ci invitasse ad assistere allo svolgersi di una storia. Quella fessura è una metafora del cinema, della narrazione, dell’io che osserva il mondo.
Buona visione.

11 ottobre 2012

Futur. Mi hanno tagliato la “o” finale perché c’è la crisi, leggere per credere.


Torno dall’università dopo aver sostenuto l’ultimo esame della sessione e quindi, finalmente, trovo il tempo per dare spazio alle mie incazzature. La molla che fa scattare in me quel qualcosa che poi mi spinge ad ammorbarvi, cari lettori, è quasi sempre quella, la beneamata rabbia.
Oggi si parla di Futuro, che è sempre al centro delle mie riflessioni. Voglio però parlare di quel Futuro scritto sui manifesti palpitanti sdegno alle manifestazioni, quel Futuro compresso in uno slogan, che non è solo un insieme di parole vuote, buone solo per essere gridate. Il Futuro ce lo stanno togliendo, rovinando, strappando, TAGLIANDO. Piace tanto ai media e alla politica usare la metafora del taglio, la proverbiale sforbiciata che ci farà uscire, lembo in meno dopo lembo in meno, dalla altrettanto proverbiale crisi economica in cui versiamo. E con la scusa vediamo a poco a poco venir meno quello che un passato quanto mai lontano da noi aveva conquistato. I diritti. Il diritto al lavoro, quello ad uno stipendio dignitoso, quello alla salute, quello alla cultura, all’istruzione e ultimo, ma non ultimo, quello al tempo libero.

E a proposito di cultura e tempo libero, sposto il mio discorso dal generale al particolare, per arrivare a quello da cui sono partite le ragnatele dei miei pensieri. Ho letto sull’Espresso che le Biblioteche sono in crisi nera (qui), sembra che alcune non erogheranno il servizio e altre dovranno ridurlo. In altri casi alcune hanno già chiuso. Non credo che debba essere io a spiegare quale sia l’importante funzione delle biblioteche, però sintetizzo così, prendendo in prestito le parole di Pennac: “[…] C’era la lettura. Non sapevo, allora, che mi avrebbe salvato”.  Non è necessario raccontare la mia esperienza di lettrice, né quella di Pennac, basti sapere che entrambi abbiamo avuto una storia scolastica, nel mio caso dal 1° al 3° anno di Liceo, non proprio rosea. Le difficoltà abbondano nel percorso della vita così come in quello scolastico, e per quanto mi riguarda, la passione per la lettura mi ha aiutata a farmi forza e a trovare il mio obiettivo, il mio unico e vero sogno in quella matassa di desideri che ero a 16 anni. E se non avessi avuto le biblioteche del Comune di Roma a portata di mano, non avrei mai potuto leggere tutti i libri che volevo, dato che i libri comunque costano, e neanche poco. E quindi mi chiedo, come faranno i figli di questa crisi, i figli del sistema scolastico stuprato (no, non sono paroloni: le classi strapiene di ragazzini, condizione naturalmente fuori legge, gli stipendi bassi dei docenti, i continui tagli alle risorse per l’istruzione), come faranno i miei futuri pargoli e quelli che nasceranno in famiglie in cui l’interesse per la lettura (e in generale per la cultura) scarseggia a “salvarsi”?
Il Futuro ce lo state riducendo in brandelli, fra poco perderemo anche le lettere necessarie per pronunciarlo questo Futuro.

02 agosto 2012

2 agosto 1980



"'Buonommo è nostro per un anno intero!'
E tutti sorrisero. Poiché una piccola debolezza di quel paese era l'ossequio ai potenti, fossero essi collaudati benefattori statali o grandi famiglie mafiose. E dopo ogni cratere di bomba e spasmo di indignazione si scatenava l'asta per i diritti cinematografici, dopo ogni grido di orrore la corsa per intervistare lo scannatore, e dopo l'abbraccio ai parenti il pensiero più o meno espresso che la vittima se l'era un po' cercata. E si correva a lavorare per il noto chiacchierato, per il riciclatore, per l'implicato, per l'amico di, e per il mafioso sì, ma tanto popolare."





Neanche a farlo apposta ho letto questo brano da "La compagnia dei celestini" di Stefano Benni proprio allo scoccare del 2 agosto, a 32 anni da quel "cratere di bomba" e da quello "spasmo di indignazione". Non credo che Benni si riferisse nello specifico a quella strage, forse parlava in maniera più generica, ma comunque stiamo parlando di uno dei tanti crateri e spasmi che hanno segnato la storia dell'Italia. Un paese che fonda la sua gloria e il suo orgoglio su un passato che non gli è mai appartenuto, un paese che somiglia ad una discarica a cielo aperto, e che è molto lontano dal rispettare i principi sanciti dalla sua Costituzione e dal Buon Senso.


Offlaga Disco Pax, "Sensibile"

‎"La parola "sensibile" è vaga come stelle dell'Orsa.

Francesca Mambro, protagonista dell'eversione nera degli anni '70,

si è presa qualche ergastolo 


per omicidi organizzati, realizzati, rivendicati, confessati, 

ma si è proclamata innocente rispetto alla strage di Bologna. 

Francesca Mambro era allora come oggi la donna di Giusva Fioravanti, 

un tizio colpevole di decine di delitti a sfondo labilmente politico. 

Delitti diventati famosi per la ferocia e la facilità con cui vennero commessi, 

spesso a danno di gente che nulla aveva a che fare con le sue cause, 

e a volte dettati dalla follia piuttosto che da un qualche credo neofascista. 

Un ragazzo la cui gioventù venne violentata da troppa televisione. 

Giusva era uno pronto per la Uno Bianca prima della Uno Bianca. 

Qualche anno fa un giudice chiese a Francesca 

perchè lo scelse come compagno di vita. 

A questa domanda rispose con una frase da ginnasio nichilista, 

lapidaria, 

nel senso di lapide: 

"Giusva era il ragazzo più sensibile che avessi mai incontrato". 

Che razza di tipacci fossero gli altri ragazzi che aveva frequentato 

non ci è dato sapere. 

Di sicuro Francesca con gli uomini non è stata fortunata, 

e la parola "sensibile" resta dubbia e ambivalente 

come il coinvolgimento dei NAR per i fatti del 2 agosto 1980. 

Francesca Mambro è citata nei ringraziamenti di un disco intitolato: 

"Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!" 

Sensibili anche loro. 

Per evitare di confondere la sensibilità con l'eversione fascista e stragista, 

stabiliremo dei limiti. 

Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili. 

E tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro 

da cui ci dissociamo anche per l'uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. 

La signora Mambro e il camerata Fioravanti sono fuori di galera. 

Fa male ammettere che al momento vincono due a zero"









23 giugno 2012

L'eccellenza italiana sfrattata: la Scuola di archeologia di Via Palestro

Ciò che sta accadendo in questi giorni riguardo la sede di Via Palestro, che ospita una delle scuole di archeologia più importanti al mondo, dà la cifra di quanto la concezione dell’eccellenza in Italia sia limitata ad una sorta di vacuo modo di fare economia con l’accetta e con i piedi, più che col cervello.

Riassumendo la vicenda, la Sapienza Università di Roma ha dato l’ordine per lo sgombero senza dare indicazioni per una sede alternativa. In compenso però via Palestro diventerà , grazie al finanziamento del Miur, una residenza per studenti.

E l’archivio contenente più di 20.000 volumi di ambito preistorico e protostorico? E le attività di docenti , ricercatori e studenti? Che fine faranno? Se lo chiedono anche all’estero, da dove giungono, da parte degli atenei europei e americani, richieste di chiarimenti e da dove si ricorda, perché ai nostri eroi provinciali non viene in mente, che si tratta di un’eccellenza di livello internazionale sia nella didattica che nella ricerca.

Insomma, un po’ tutto il mondo accademico ricorda ai "manager" che hanno invaso ministeri e università, che non stiamo parlando di bruscolini, ma di cultura e di un lavoro molto importante, determinante per il futuro del nostro paese, paese che può crescere solo se si finanzia e se si fa economia in modo intelligente. E ora più che mai c’è bisogno di intelligenza.
Vi lascio con due articoli molto più accurati e più esaurienti di quanto possa esserlo il mio.



Da Giornalettismo

Dal Giornale di Lettere e Filosofia

Il link del sito e della pagina Facebook di Sapienza disperde eccellenza:


Sapienza disperde eccellenza
La pagina Facebook di Sapienza disperde eccellenza





20 giugno 2012

Giù le mani dalla legge 194

Oggi la Corte Costituzionale discute sulla legge 194, quella che, detto in parole povere, sancisce il diritto della donna di decidere se continuare o meno una gravidanza. Come scrive Alessandro Robecchi su Twitter, a decidere sono 14 uomini e una donna, "ma di aborti clandestini muoiono solo donne".
Ovviamente in Italia si è riusciti a giungere ad un tale grado di civiltà solo 34 anni fa, e dopo 34 anni non si riesce a dare per scontato che alcuni diritti devono rimanere tali, perché altrimenti Gesù Bambino, la Madonnina e tutti i santi del Paradiso piangono, perché quelle donnacce cattive sulla Terra si permettono di avere un'opinione e di decidere cosa sia meglio per se stesse. BASTA IPOCRISIA, anzi, qui c'è bisogno di più consultori e di più informazione. Siamo un paese che non può definirsi civile finché un diritto come questo viene ancora posto in discussione. 

Vi lascio con un esauriente ed interessante articolo sull'argomento, buona lettura!

Giù le mani dalla 194

di Silvia Costantino
La legge 194 del 22 maggio 1978 non è il meglio che si può desiderare in materia di regolamentazione delle interruzioni volontarie di gravidanza: è nata in seguito a un compromesso, contiene numerosi punti deboli. È una legge vetusta, troppo intrisa di morale cattolica; una legge da migliorare e modificare, sin troppo paternalista.
Ma è l’unica che abbiamo.
In questo momento la 194 è (nuovamente) da difendere: da difendere dalle strumentalizzazioni che la vogliono una legge omicida; da difendere perché, e non è retorica, altrimenti si torna a morire di ferri da calza e intossicazioni da prezzemolo; da difendere perché mette al primo posto la salute, l’integrità fisica e quella psichica della donna; e soprattutto, cosa a quanto pare non più scontata, riconosce l’autodeterminazione della donna e la considera in quanto essere umano, e non solo come contenitore di feti. Il problema della 194 è che ormai è diventata “la legge sull’aborto”: conviene, per sfatare questa falsissima diceria, dare un’occhiata leggermente più approfondita al testo.
Articolo 1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.»
Articoli 2 3 e 5, sui consultori: «Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto»
Articoli 7, 8, 14, sulla sicurezza e la tutela della donna: «L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale tra quelli indicati nell’articolo 20 della legge 12 febbraio 1968, numero 132, il quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.»; «Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.»
Articolo 9, sull’obiezione di coscienza: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. » «Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.»
Articoli 12, 13, 18 e 19 sull’autodeterminazione e la tutela della donna: «La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.» «Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.» «Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna.» «Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.»
Articolo 15, ricerca e aggiornamento: «Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza.»
Questo è, in poche righe – e la legge non ne conta molte di più – il contenuto essenziale della legge. Una legge che è scritta e pensata, prima di tutto, per la tutela della donna, della sua salute, della sua sicurezza e integrità fisica, e della sua capacità decisionale.
Fino a qualche giorno fa, il controllo e la difesa della 194 erano sotto la soglia minima di attenzione. Quindi, anche se ogni tanto si sentivano o si leggevano cose inquietanti –ospedali che smettono di praticare IVG  (cosa che, peraltro, come è scritto sopra, è completamente illegale), farmacie che si rifiutano di vendere il preservativo (!) –, il dibattito non si accendeva, e l’indignazione rimaneva circoscritta a quegli (un)happy fewche, ancora, pensano che una comunità civile si ottenga favorendo l’accesso ai servizi e non continuando a ostacolarlo e negarlo sempre di più.
Si potrebbe evidenziare quanto la 194 sia da aggiornare1 (una diciassettenne oggi sarà anche minorenne, ma di sicuro – e, certamente, con il giusto e dovuto sostegno – è in grado di decidere per la sua vita, per la sua vita sessuale e per la sua gravidanza. Il resto è moralismo); se ne potrebbero mettere in risalto molte criticità, prima su tutte laquestione dell’obiezione di coscienza; si potrebbe anche parlare della difficoltà ad affermarsi che hanno i nuovi metodi abortivi: all’avvento delle «tecniche più moderne etc.», vedi alla voce RU-486, si è letteralmente scatenato il finimondo (inconcepibile, ed è davvero la parola giusta, l’idea di una pillola che faciliti l’espulsione del feto, con solo un po’ di mal di pancia. La donna, oltre a partorire, deve – se proprio deve – abortire con dolore, sennò non sconta abbastanza il peccato originale?).
L’argomento che più di tutti è a sostegno della 194, però, è contenuto nel testo stesso della legge. È quello composto dagli articoli 2, 3 e 5; è il più ripreso e il più ricorrente in tutto il documento. Si riassume in una sola parola: consultori. Il consultorio è un organismo fondamentale per la tutela della donna (della giovane donna in primis, per non parlare, adesso, della donna migrante), è l’asse portante di tutta la 194. E non lo è perché attraverso il consultorio si può ottenere l’autorizzazione alla IVG, ma perché in queste strutture si fa, o si dovrebbe fare, una campagna preventiva e informativa che cerchi prima di tutto di evitare che si verifichino le condizioni di una gravidanza indesiderata. Il consultorio sarebbe anche l’organismo preposto a cercare soluzioni alternative all’aborto, quando possibile, a sostenere la donna nelle sue scelte e ad accompagnarla lungo un percorso che in nessun caso può essere considerato facile e indolore. Purtroppo ad oggi questo è un concetto praticamente inesistente: non vengono rispettate quasi mai le normative che ne regolamentano la presenza sul territorio (stando a quanto si legge in giro, il rapporto tra consultori e abitanti deve essere di uno ogni 20000); né il ruolo del consultorio è pubblicizzato abbastanza. A peggiorare la situazione, i consultori – prima conquista dei movimenti femministi; teoricamente baluardo di una tutela laica della salute della donna – ultimamente sono diventati presidio dei pro-lifers. E poi ci sono i problemi legati alla scarsità di servizi erogati: non so se qualcuno di voi sia mai stato in un consultorio. Io sì, se non altro perché il servizio è completamente gratuito, ed è più veloce ottenere una visita o una prescrizione lì che non in ospedale. Bene: la ginecologa non c’è sempre, così come sempre non c’è la psicologa; per farsi visitare bisogna insistere molto – altrimenti si spiega cosa si ha, ti fanno una prescrizione, ti danno il depliant sull’anello contraccettivo e via –. Tutto, ovviamente, per questioni di tempo e sovraffollamento: un solo consultorio (o due ma aperti a mezzo servizio come nel caso senese) non può gestire un’intera popolazione di giovani donne. È un problema serio, che lascia capire quanto poco di questa legge sia rimasto realmente importante, e in quale maniera la 194 sia stata travisata.
È per questo che, ad oggi, è così facile attaccarla, accusandola di essere una legge pro-aborto, addirittura di andare contro le direttive europee sulla salvaguardia della vita umana. La questione che si dibatte oggi alla Corte Costituzionale nasce dalla denuncia di un giudice di Spoleto in seguito alla “scandalosa” notizia della diciassettenne che, con serie e ponderate motivazioni, ha chiesto di abortire senza che se ne richiedesse il parere ai genitori. Il problema sono le tesi a sostegno della denuncia, che, evidentemente, non hanno niente a che vedere con la patria potestà e la condizione di minorenne della ragazzina. Il giudice che doveva decidere per il caso della (povera) ragazzina di Spoleto afferma infatti che l’articolo in questione della legge andrebbe contro le direttive europee sulla tutela della vita umana: «la facoltà prevista dall’articolo 4 della legge 194 di procedere volontariamente all’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento comporta “l’inevitabile risultato della distruzione di quell’embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto”» (a questo proposito vorrei anche far notare che nella legge è detto esplicitamente che, quando ci siano le possibilità di sopravvivenza del feto il medico deve fare di tutto perché questo avvenga). Mi stupisce, sinceramente, come nessuno dei giornali che ha riportato la notizia abbia notato una lieve contraddizione. I testi degli articoli parlano della questione di Spoleto – che coinvolgerebbe soprattutto l’articolo 12, sull’interruzione di gravidanza senza tutela genitoriale in caso di minore età – e poi riportano candidamente che ad essere in discussione è l’articolo 4 sulla legittimità dell’IVG entro 90 giorni dal concepimento nel caso siano valide le circostanze che attestano un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna in caso di prosecuzione della gravidanza. Che poi significa di fatto che è in discussione l’IVG, visto che dopo i tre mesi l’aborto è illegale a meno che non si verifichino gravi complicazioni: cioè, è in discussione l’intera legge 194 del 22 maggio 1978.
Sull’equivalenza tra essere umano e feto, e sulla concezione (colpevolizzante e oggettuale) che i prolifers hanno della donna e del parto stesso, sono stati scritti tanti articoli. Molti di questi adesso si trovano facendo una ricerca su twitter, con l’hashtag #save194, che è importante oggi e sarà importante domani. Si spera che oggi la Corte costituzionale si faccia una grassa risata sui moralismi bigotti mascherati da europeismo del giudice di Spoleto: se così non avverrà le conseguenze saranno inimmaginabili? No, si immaginano facilmente, basta pensare a com’era la situazione trentacinque anni fa. Nel 1977.
#save194, ora e sempre.
1 Ma tanto da aggiornare che l’ammontare delle multe, nel testo, è ancora espresso in lire. Al tasso del 1978 («La donna è punita con la multa fino a lire centomila.»).