15 luglio 2014

La storia siamo noi #1: la povertà nell'Italia di oggi e il suo uso nell'Italia degli anni '60

È di questi giorni una notizia sconcertante: in Italia ci sono 10 milioni di persone in condizione di povertà relativa (= difficoltà nella fruizione di beni e servizi rispetto al livello economico medio di vita della nazione) e più di 6 milioni di persone in condizione di povertà assoluta (= l’incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza).
I dati che vi ho riportato sono quelli dell’Istat e l’articolo sulla Stampa da cui li ho presi cita questi gelidi e insignificanti numeri. Quello che voglio fare io invece è scorgere lo spettro di realtà che dei numeri simili contengono in essi, ed è per questo che la memoria storica è un tesoro inestimabile per il presente, perché infatti mi viene in aiuto.

Il Divo, di Paolo Sorrentino, Andreotti e i suoi vecchi elettori
E allora voglio tornare indietro negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, più precisamente al tempo e ai modi in cui la Democrazia Cristiana guadagnava consensi e quindi gestiva il potere, mostrando perché questo ha a che fare con i dati Istat sulla povertà in Italia.
La Democrazia Cristiana tra gli anni ’50 e ’60 si costruisce una forte base elettorale, sia a Nord che a Sud. Queste due zone d’Italia erano molto diverse fra loro: al Nord l’associazionismo cattolico attirava le famiglie in una fitta rete di attività e organizzazioni, mentre al Sud l’associazionismo era debole, ma il clientelismo statale coinvolgeva maggiormente le famiglie. Ciò non esclude che anche al Nord esistesse il clientelismo. Ma la Dc, puntando a rafforzare la propria base di massa, vira sull’associazionismo al Nord e sull’uso clientelare delle risorse pubbliche al Sud.

Ai fini del discorso, è interessante occuparsi del Sud e di come era costruito il sistema clientelare della Dc. Innanzitutto esisteva un collegamento tra chi dispensava favori e protezione e chi li richiedeva.


Come evidenziato dallo schema, al penultimo gradino sono presenti i capi elettori e all’ultimo la “gente comune”. I primi fornivano ai cittadini dei servizi in cambio di voti. Questi servizi potevano essere la velocizzazione delle erogazioni delle pensioni o il rilascio di licenze, ad esempio per attività commerciali, che in quel periodo erano in espansione.
La gente comune, all’ultimo gradino della gerarchia, diventava cliente del partito avendo ottenuto da esso forme di aiuto o anche solo promesse.

E questo in quali situazioni poteva accadere, se non proprio in quelle di povertà e miseria? Paul Ginsborg, nel suo fondamentale “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi”, scrive: “Dove le famiglie erano numerose e disoccupazione e miseria endemiche, come a Catania, Palermo e Napoli, la possibilità che anche un sol membro della famiglia avesse accesso ai ranghi più bassi della scala clientelare aveva un’enorme importanza. Un lavoro in comune o in un’azienda locale era un premio inestimabile, perché assicurava un salario fisso e una pensione”.

 Il Divo, di Paolo Sorrentino, Andreotti e i suoi vecchi elettori


Si parla insomma di un’epoca fortemente precaria e di un sistema corrotto e clientelare, di uno Stato assente ma colluso. È un’epoca lontana dalla nostra solo in termini di anni, ma non di costumi e di modalità di gestione dello Stato.
La mia generazione e quelle di poco precedenti la mia vivono in una condizione di forte precarietà. Loro (i dirigenti, i politici, ecc.) la chiamano flessibilità, io la chiamo scusa per costringerci a nuove forme di sfruttamento. La povertà non solo è dietro l’angolo, ma per milioni di italiani, come si è visto, è una realtà. E da una situazione simile cosa ci si può aspettare?

Il passato lo abbiamo visto. La storia appare lineare, e forse lo è, ma da quando siamo consapevoli della relatività delle cose, occorre prestarle attenzione, imparare da essa per non precipitare nell’oblio della sua circolarità.

1 commento:

  1. Francesco Marchini22 luglio 2014 11:44

    Ciao Ilaria, per qualche motivo non sono riuscito a pubblicare il primo commento ci riprovo :)

    Innanzitutto da buon vecchio storico sono sempre contento di leggere blog o articoli che si basano su dati storici per ragionare di attualità. Tuttavia il paragone tra Italia democristiana e Italia "liberista" è un po' ardito, anche se interessante. Mi piacerebbe che approfondissi più la parte finale in cui ti riferisci ai giorni nostri. Infatti la domanda che mi viene spontanea è: la corruzione è dovuta alla politica e quindi a chi ha governato e chi governa o a costumi e abitudini endemiche nel nostro popolo? Mi sembra che tu propenda per la seconda risposta, in tal caso non pensi che un tale schema si sarebbe potuto replicare anche in caso di governo PC per esempio?

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